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II°  episodio

Giuseppe mi salva in extremis                  27 10 2018 ore 17 33

 

Giuseppe Caldara (autista  e cameriere) era di pochi anni più vecchio di mio padre Titta (Giovanni Battista). 

In novembre fu proprio Giuseppe che mi salvò, con l’aiuto di Colombina, da quella che sarebbe stata una catastrofe forse irrimediabile.

Fui svegliata all’improvviso da mia madre Lia (Ileana) sentii che parlava in tedesco con la sua cameriera personale, avevo sonno, tutti dormivano, Lia, con poco garbo, disse a Berta di vestirmi.

Mi rifugiai in bagno lavandomi lentamente per tirar tardi, Bill, il volpino della  pomerania,  mi seguiva allarmato.

Cercai di capire cosa stava succedendo; non vedevo Colombina, né Giuseppe.

Intanto la cameriera personale di Lia mi preparava una valigetta in fretta e furia.

Era fine novembre faceva freddo, si preannunciava un inverno gelido a San Giovanni Bianco che è a 440 metri di altitudine.

Mi fecero indossare il  tailleur pantaloni beige con sotto le ghette dello stesso colore, sopra il cappottino  cammello con il pelo al collo, in testa un cappello di panno con l’ala  rotonda,  guanti di camoscio e stivaletti di camoscio con il pelo.

Finalmente comparve Giuseppe che con garbo e calma, come se niente stesse succedendo, mi chiese se volevo la solita colazione.

Mi tolse il cappotto e il cappello, il pendolo suonò le 4 e 30.

Lia mi pressava dicendo di far presto ed io invece mangiavo più lentamente del solito .

Quando rimasi sola con Colombina, mentre Giuseppe aiutava Berta a caricare il bagaglio sulla Mercedes del nonno, le chiesi cosa stava accadendo; non preoccuparti, mi disse, andrò subito a svegliare il papà e più tardi avviserò il nonno.

Giuseppe per fortuna parlava bene tedesco e capiva tutto quello che si dicevano Lia e Berta.

Colombina non era andata a messa per poter aiutare Giuseppe che con grande astuzia era riuscito ad accantonare Markus (l’autista austriaco marito di Berta).

Disse loro che la Mercedes era più veloce e conteneva più bagaglio della loro utilitaria, il nonno però, la lascava guidare solo a lui e inoltre l’auto aveva un doppio permesso della Croce- rossa Svizzera e del Vaticano, che le permetteva di passare a qualunque blocco.

Giuseppe sussurrò a Colombina che la signora Lia era intenzionata a fare una tappa a Ginevra alloggiando all’hotel des Bergues.

Come al solito mi fecero salire davanti, Colombina mi mise sulle gambe un plaid e Bill il mio volpino bianco della pomerania vi si accoccolò rassicurato.

Giuseppe ogni ora si fermava con la scusa di farmi prendere aria prima che mi sentissi male in macchina, in effetti stando seduta davanti  non mi sentivo affatto male, ma la scusa era per dare tempo a Titta ( mio padre) d’arrivare prima di noi a Ginevra.

Dopo un viaggio che mi sembrò eterno, eravamo partiti alle 5,30 ed arrivammo dopo le 20,30  di sera, vidi la Alfa Romeo di mio papà davanti all’albergo. Esultai.

Era arrivato da poco, infatti un addetto stava ancora parcheggiando l’auto.

Scesi di corsa dall’auto con Bill in braccio.

Titta si girò verso di me e mi sollevò abbracciandomi, anche Bill faceva salti di gioia come se avesse capito.

Dissi al portiere dopo averlo salutato: Jean Pierre mi passi al telefono il nonno.

Ero già stata con i nonni una volta in quell’hotel e quindi non si meravigliavano che alla mia età fossi così decisa e perentoria nel dare ordini.

Jean Pierre staccò la cornetta e un altro aiuto- portiere mise uno sgabellino, vi salii e al nonno che parlava con voce tonante dissi : non essere preoccupato è già qui Titta e parla con Lia.

Titta aveva trascinata Lia nella camera già prenotata da lei, per non discutere nella hall dell’albergo.

Passai la cornetta a Giuseppe che ricevette un ordine secco dal nonno: riporta Annalisa subito a casa.

Mi fecero bere una cioccolata calda con la panna e una fetta di torta , Bill ebbe dal barmen lo stesso trattamento su un tappetino  accanto a me, eravamo soli al bar, i clienti erano nella sala da pranzo, infatti al pendolo suonarono le nove.

Giuseppe si allontanò per telefonare in camera al papà, per dirgli che rientravamo a San Giovanni Bianco

Salimmo in macchina ed io e Bill dormimmo  durante tutto il viaggio.

Al ritorno tutto il personale, salvo i giardinieri, era allineato all’entrata.

Dopo aver abbracciato il nonno, Colombina, e la nonna e  mio fratellastro Francesco, Agnese (suora laica), proseguii con gli altri senza abbracciarli, Vittorio  (chef ), Rosina moglie di Giuseppe, Cecchina e le due Marie ( Maria di San Giovanni e Maria di Milano ), Elio, Emma (bambinaia ) sino all’arrivo dell’istitutrice Angelica) e la madre di Emma, Antonietta, Rosa  di Milano. Mio fratellastro Francesco piangeva, perché non vide tornare la mamma,  aveva un filo di saliva che gli scendeva dalle labbra serrate e tremava, una leggera crisi di epilessia . La nonna con Emma e Antonietta lo portarono subito in camera da letto, più tardi venne il medico.

Ero a casa, dopo aver abbracciato il nonno e Colombina, abbracciai tutti i nostri animali .

Bill correva come un pazzo ed io con lui.

Due giorni dopo il nonno ci comunicò che sarebbe arrivata una signorina istitutrice di nome Angelica di nobile famiglia.

Ero felice, chiesi a Giuseppe con apprensione, se Lia sarebbe tornata e alla sua risposta che non lo pensava possibile, perché il nonno non glielo avrebbe più permesso e neppure il papà.

Con gioia manifesta corsi verso la nonna e abbracciandola alla vita, la chiamai per la pima volta, mamma Elisa.

La nonna era visibilmente commossa e da quel giorno la chiamai sempre così.

A.C.