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Annalisa Cima
Quattro Canti
con prefazione di Pierre Van Bever e 
quattro seriografie a colori dell'autrice
in cento copie numerate, impresse dalla 
stamperia Valdonega,
Verona 1993

 

PRIMO CANTO O DEL POSSIBILE
per Marisa Bulgheroni


Può la luce che filtra
far rifiorire desideri di vita
dopo giorni di disperato pensare
nella solitudine di sempre?

Se fosse mente un fiore, 
se fosse persona una pagina scritta,
se la voce potesse veleggiare
e parlare di sé col prima, 
col dopo, con gli assenti!

Solitudine ingrata: schiacci, 
geli, uccidi e ridi.
Solipsista arida e insolente.
Mentre la gioia sfuma
e i fiori cadono, soli come lapidi, 
tu, lagher dell'inganno,
non sei né vita, né amore;
non sei l'isolamento, 
né il tormento della malattia,
non il dolce pensare: 
sei l'ansimare spento del vuoto,
sei il ricordo d'un lago putrescente.



SECONDO CANTO O DEL CONTINGENTE
per Deborah Elliot Deutschman 


Il rosso s'attenua, 
la paura s'allenta,
il silenzio non incombe piú.

È la risalita dagli inferi 
con i visceri scossi,
con il cervello senza peso.

Poi tutto ripulsa,
si riempiono i vuoti: 
è l'apice del sí.

Il rubino ritorna 
a correre per vie consuete, 
non spruzza piú veleno intorno, 
non sfugge come ruscello
alle labbra contratte.
Lasciato per un momento il solco,
tentava strade diverse:
l'antico rubino malato.

Ti ho vinto, nemico.
Torna nel braciere.
Scorri nel tuo solco 
fuoco che non sai languire.



TERZO CANTO O DELL'IMPOSSIBILE
per Armanda Guiducci 


Affannoso il respiro 
sospende i desideri
a un dopo che forse non sarà, 
a un momento perduto.
Se la vita lascia e riprende,
allora so che esiste e solo allora.

Strappo il risveglio 
a una notte senza sonno,
a un guardarmi senza riconoscermi,
non ho il filo a cui aggrapparmi.
Ormai solo il colore della morte,
che è maschera al dolore, sento.

Non chiedo se non il canto, 
il canto della mente, 
non questo tormento, che distrugge
il volere e precipita nel nulla.
Il dolore non gridato uccide 
confonde la pace con il niente.

Ora taci, audace, non tremare.
Questa morte forse non è fine.
Era già segnato che prima di morire 
si piombasse nel vuoto:
nel baratro dell'ombra.
Giorni, tormenti, giochi-fuochi,
rivisitate dee, vite spente, addio.




QUARTO CANTO O DEL NECESSARIO
per Pietro Calissano 


Osservi delle ghiandole i secreti,
guardi i fili delle cellule grige,
del trasparente fluido ondulatorio
regoli svincoli e sussulti.

Esplori i granuli d'argento,
condotti da condotti efferenti
là dove l'io s'impenna, 
geme, si deposita e muore.

Scruti la morte che scorre via 
o s'annida nella mente,
vedi con sguardo sgomento
il rosso-rubino che zampilla.

Accetti la sfida del tutto,
del nulla, che il tempo ci dona.
Lasci cantare quei lacerti,
che l'uomo non smemora.

Il solco, illuminato di te,
è fiume per dimenticare.
Il sangue che irrora la corteccia;
è vita, è traccia che prosegue.

Monadi e atomi lucenti sono 
eternità senza dimensioni,
nel grande grembo del passato, 
dove ripari al vuoto, al niente.