la
lunga fedeltà ad un poeta ha i suoi compensi, fra
i quali primeggia il piacere di avvertire con immediatezza
e di valutare meglio di altri lettori occasionali le innovazioni
o le variazioni che ogni nuova opera realizza su quei nuclei
tematici che ogni vero artista conserva per tutto il suo
viaggio produttivo. Ed eccone un esempio fulgido. Annalisa
Cima ha pubblicato ormai vari libri di poesia, e avendola
seguita per molti anni mi rendo conto che sarebbe stato
possibile prevedere lapparizione di questultimo
libro; ma ciò che non avrei potuto prevedere era
la forma che avrebbe preso una materia che in qualche modo
mi era familiare. Fin dalle sue prime raccolte (Terzo modo
e Genesi, rispettivamente del 1969 e 1971) spiccano alcuni
temi che sono rimasti nelle raccolte successive: sono temi
definibili come "metafisica della materia" o come
"consustanziazione di materia e spirito". In Genesi,
ad esempio, domina la preoccupazione per una sorta di traducianesimo,
langoscia di capire se e come lanima o lessenza
individuale si trasmetta da padre in figlio, creando il
dramma di un fatalismo e di un persistere immutabile o sempre
identico dellessere in una storia che muta (o così
almeno sembra) incessantemente. Il mistero del connubio
tra materia e spirito - che è come dire il mistero
della vita - è alla radice della posizione sentimentale-simbolista
che ispira i versi di Sesamon, ma anche alla radice della
gioia di vivere che si celebra nelle danze e nei ritmi mozartiani
di Ipotesi damore, forse il più "materialistico"
dei libri di Annalisa Cima, anche se da quel materialismo
tutto gioia è insediato da una malinconia così
settecentesca (ora messa in luce in un bel libro di Giorgio
Ficara su Giacomo Casanova), sorella del sogno della ragione.
Era prevedibile che Annalisa Cima tornasse su questo nucleo
di temi. Era anche prevedibile che tornasse alla forma "lunga"
del poema, alla maniera dei suoi primi lavori, composizioni
di respiro ampio come richiede il poema filosofico. Anche
lorganicità della raccolta era prevedibile
perché Analisa Cima, fatto anchesso insolito
nel panorama della poesia attuale, costruisce le sue raccolte
mirando ad un discorso compiuto, ciclico, organico. Ma non
era prevedibile la svolta che il tema avrebbe preso in questo
libro che racconta, per così dire, una storia o una
fiaba, un sogno o una visione intellettuale o unevasione
gioiosa nel mare dellessere, un trionfo di chi intelligendo
vive e spiega un canto a voce piena. Canti della Primavera
e della Sopravvivenza è diviso in tre componimenti
di cui il primo ("Confessione di un essere e non ...")
funge quasi da introduzione; il secondo ("Canto damore
tra la rosa e il giglio"), linno gioioso con
una coda metricamente differenziata in cui ritorna un io
lirico che stabilisce quasi unintroduzione a quello
che segue; infine "Gioia della Primavera" in cui
il canto prende avvio da un verso di una vecchia canzone
gaelica e che, come un ritornello che si arricchisce man
mano di nuovi versi, sintreccia al resto del poema
scandendone il tempo e cifrandone il senso; e sui versi
della ballata antica e linguisticamente remota si chiude
questinno alla primavera. La "confessione"
iniziale si apre con due efficaci "rapportationes"
tematicamente focalizzate su un forte "sono" e
sulle proprietà di quella voce che dice "io".
Sono proprietà che sottolineano la "monadica"
natura di chi officierà il rito del canto. La chiusa
della strofa, però, presenta un profilo di quellio
leggermente diverso perché il "monadismo"
assume una struttura di bipolarità; e la contraddizione
si manifesta come una forma di vita ("vivo") che,
però, resiste ad ogni forma di compromesso, preferendo
le lacerazioni del vivere opposti assoluti allipocrisia
dellibrido, alla meschinità delle comode conversioni.
Ma ecco che nellimmagine dei capelli che quasi continuano
il cranio trasformandolo in qualcosa di leggero, di aereo
(la materia che si rarefà diventando eterea, quasi
spirito), annuncia una sorta di bagno lustrale e di invasamento,
avverte un forza ctonia che come una grande calamita attrae
e assimila, una terrestrità animata da animali forti
che imprimono la loro carnalità nellelemento
che li ospita e li consegna al tempo dopo averli trasformati
in essenze geometriche, in forze di linee o di stampi disposti
a rivivere in nuove carni modellate dalla stessa geometria:
tanta proteiformità non è dispersione di energia,
ma è lenergia stessa che si sorprende in modo
divertito (quasi d devinalh provenzale) del proprio esistere
in forma sempre diversa. La mente ormai si dispone alloracolo
o alla visione, in una specie di orfismo che scende nellignoto
per cercarvi vita e luce. È lo stato indispensabile
per iniziare il rito che supererà monadismo e contraddizioni
in una simbiosi, in cui il "sono", privo di accidenti,
si immergerà, perdendosi, nell "essere".
Il rito è propiziatorio, e si attende un cavaliere
che riporti un canto damore, anzi dellamore
smarrito che rivelerà finalmente il connubio di materia
e spirito. A lui spetterà in dono una rosa. Limmagine
del fiore - carico del significato simbolico che la tradizione
gli ha dato - fa nascere come per sortilegio linno
che segue. Lio lirico cede tutto lo spazio a nuovi
impensati protagonisti. I quali sono la rosa e il giglio,
che sono simbolo e prestanome di Tancredi e Clorinda, due
personaggi letterari che nascono dalla guerra allamore,
simbolo della diade/uno. La rosa e il giglio - ancora una
volta si fa chiara la valenza simbolica - si trovano non
in "contrasto", come voleva la tradizione medievale,
ma in concento, vale a dire accomunati in un "canto".
È il canto dellEros, la forza che propizia
lincontro di una monade con unaltra in una simbiosi
che è la vita, che è lessere come divenire,
come assolutezza in moto, come natura naturans. Per dirlo
in modo più semplice e circostanziato alla poesia
di Annalisa Cima: la sua ricerca precedente puntava ad apprendere
quel punto zero dellessere, la radice ontica del tutto,
lassoluta immobilità in cui natura e spirito
si consustanziano senza consentire movimento perché
questo significherebbe imperfezione tempo e spazio. Ora
la ricerca è verso quel punto zero in cui la materia
diventa energia, quellineffabile momento in cui materia
e vita sincontrano come il filo del coltello e la
lama (per usare unimmagine di Aristotele), il mistero
di unenergia che rigenera se stessa e che pure non
conosce tempo e non conosce spazio. Il possibile paradosso
di un movimento immobile realizzato nel vuoto/pieno si evince
dal canto di questo stupendo inno di autentica forza lirica
e di qualità veramente alta. È un inno che
potrebbe essere di tipo neoclassico per il nitore delle
immagini e per la sua sospensione nel tempo, direi mitica;
non lo è perché gli manca una decisa regolarità
strofica; ma se lavesse non sarebbe poi quel canto
pieno di sussulti bacchici, quasi un tripudio cosmico di
energie che si intersecano e si compongono in nuove forme
cariche a loro volta di energia centrifuga. Possiamo dire
che sia un canto della "simpatia della natura",
di una natura che vive nelleros e per leros
degli amanti, insieme spettatrice e partecipe di liturgie
amorose, una natura surrogata in un rito di amore. In quel
rito partecipano sia la rosa e il giglio che Tancredi e
Clorinda. Lo scambio tra le due coppie avviene impercettibilmente
ma non senza un significato profondo: al livello simbolico
sono due coppie damore ma al livello della denotazione
sono diversi perché la prima è una coppia
di elementi naturali e la seconda di personaggi storico-letterari.
Laccostamento ci fa capire un modo di intendere il
tempo perché la prima coppia annuncia un tempo ciclico
mentre la seconda indica un tempo scandito dagli eventi,
un tempo con una cronologia lineare. Sennonché il
tempo di Tancredi e Clorida è anche un tempo letterario,
vale a dire misura di un evento che in realtà sta
fuori del tempo perché così vuole la finzione
letteraria: Tancredi e Clorinda sono reali/irreali, legati
ad un tempo che non ha un prima e non ha un dopo, e come
tutti i tempi mitici appartengono al "sempre".
Laccostamento delle due coppie da una parte antropomorfizza
la rosa e il giglio e dallaltra riduce a simboli naturali
due persone storico-letteraria: è così possibile
fondere due realtà appartenenti a generi diversi,
e la storia si consustanzia con la natura, in una simbiosi
che cancella i limiti dei generi, simbiosi viva che tutto
travolge assorbendolo nel vortice di un cosmo infuocato
damore. Il tema di questinno ricorda i temi
neoplatonici, i temi della "simpatia della natura"
cantati da un Claudiano e da un Petrarca, ricorda la panicità
del Dannunzio alcyonio ... "ricorda", dico,
non perché Annalisa Cima abbia necessariamente presenti
questi poeti (ma che sia un poetessa coltissima, frequentatrice
del mondo classico e della grande letteratura in generale,
è un fatto risaputo), ma è il lettore a "ricordare"
perché ha bisogno di orientarsi davanti ad un prodotto
così originale. E alla ricerca di parametri ci orientiamo
subito verso il mondo classico perché ci spingono
a farlo i frequenti richiami a divinità mitologiche,
anzi, per essere più precisi e con migliore leva
interpretativa, vediamo che i richiami più frequenti
non sono alle divinità maggiori, bensì a semidivinità
(satiri, sirene, amedriadi) che chiameremmo piuttosto "dèmoni",
che non conoscono rivalità e invidie, esseri dal
profilo scarsamente individuato che vivono in coro e in
una presenza di continuità inalterata, senza storia:
anche questo richiamo, dunque, si allea a quello dei miti
nel convogliare un senso del tempo fuori di ogni preciso
riferimento cronotopico. Al mondo classico fa pensare il
vigore di certe immagini, il lessico prezioso, laffabulazione
mitopoetica, lenargeia, ossia la vividezza delle immagini,
il senso del chaos prodotto dallevocazione di animali
"forti" (il serpente che sugge il latte di bovini)
che riportano ricordi di cosmogonie esiodee in cui si scontrano
amori e odi da titani, il chaos in cui anche il tempo non
ha trovato altra misura se non quella dellenergia.
Alla tradizione neoplatonizzante fa pensare quel soffio
ispiratore, una specie di "anima mundi" che lega
insieme le vite del pianeta e delluniverso. Alla panicità
alcyonia fa pensare la disposizione sensuale a capire, a
recepire il tutto, in unimmersione nella gioia della
natura che si rigenera. Eppure questi paramentri non esauriscono
il discorso, non ci dicono ancora tutto. La novità
assoluta nei termini della poesia di Annalisa Cima è
che la sua ricerca di assoluti questa volta non sia pervenuta
ad intravvedere un punto fermo, inerte e inattingibile,
una sorta di ontologia disperante ed estranea, un immobile
tutto/tutto, bensì un punto primo mobile, una fonte
di vita, un punto che è la "generazione"
stessa, il segreto della vita. La ricerca della metafisica
ha portato a scoprirla in chi la cerca, in chi capisce che
abbiamo in noi il segreto che cerchiamo. Basta dargli la
parola giusta per capirlo: amore/eros con tutto il nostro
essere con tutta la materialità dei nostri sensi
e con lintelligenza che rinuncia al suo individualismo
estraneante, che cerca invece forme di fusione, di androgenia.
Mentre il monadismo è sterile, la vera potenza creatrice
nasce dalla sinergia di rose e gigli, e ciò che viene
creato a sua volta si realizza nella ripetizione di sé.
Lessere è mobile perché rimane identico
nel suo ripetersi: per questo si realizza in un rito, e
il rito a sua volta celebra la natura dellessere.
È il motivo per cui si celebra lannullamento
del tempo e dello spazio, o se si vuole il tempo è
visto come leterno ritorno della primavera, la stagione
del rinnovamento della natura, della fecondazione. Gli antropologi
ci hanno insegnato che il tempo è il grande nemico
delluomo: noi lo superiamo simbolicamente con la circoncisione
che, simbolicamente, appunto, elimina la differenza sessuale
- di per se stessa sterile e completata solo nellunione
dellaltro sesso - e avvicina luomo alle divinità
primitive, sessualmente indifferenziate e fuori del tempo;
noi lo superiamo con la comunione che ci dà leterno
nel momento in cui riceviamo lostia; lo vinciamo con
la lettura che annulla il nostro tempo nel tempo del racconto
che a sua volta è fuori dal tempo; lo vinciamo con
lamore, perché, come diceva anche S. Tomaso,
la felicità in amore annulla la coscienza del tempo:
"delectatio secundum se quidem non est in tempore:
est enim delectatio in bono iam adepto quod est quasi terminus
motus" (Sum. Th. 1-2 q. 31, a. 2) Noi superiamo il
tempo vivendolo come dovremmo, ossia con lamore che
lo celebra e che lo realizza nellessere. Questa percezione
della lite/amore delluniverso (lo diceva Eraclito)
è inebriante come lo sono le rivelazioni di verità
supreme che persone fortunate attingono in momenti di vera
grazia intellettuale. Sono rivelazioni esaltanti e inebrianti
ma anche spossanti. Lio lirico rispunta come uscito
da un trance, come folgorato da una violenza intellettuale,
da un raptus difficile da spiegare e che solo i ricordi
di un viaggio nellabisso delluniverso impersonato
in Orfeo, di un dio della violenza inebriante come Bacco,
di una dea che cifra lintera forza che tiene luniverso,
e il ricordo di un modello come Dante che vide "lamor
che muove il sole e laltre stelle", consentono
di rendere analogicamente questo risveglio da un sublime
stupore. Una sorta di gioiosa ripresa di sensi, che si muove
in un reticolato metrico nuovo, con allusioni al mondo delle
favole ("specchio delle mie brame") indicanti
lincredulità di chi ha conosciuto "tutta"
la verità scoprendola in sé, nel mondo del
quotidiano, nellinsorgere della passione che spinge
lanimo peregrino ai confini delluniverso a conoscere
le infinite mistioni e gli infiniti effluvi che piovono
dai cieli fino agli insetti più insignificanti della
terra. Questo "solo reame" non è linferno
di chi sta lontano dallessere, ma è il paradiso
di chi sindividua nellessere e in esso si rigenera.
La gioia ora si paca nella riscoperta del canto. Ma non
canto monodico, bensì canto, quasi una ballata, a
due voci, a due lingue a due tempi: perché in "Gioia
della primavera" sintrecciano due voci, una che
fa da "volta" e laltra che funge da commento:
la ballata gaelica ha il sapore mitico dei canti popolari,
la glossa culta ne ritrascrive il significato in termini
universali; si ripete in tal modo laccostamento della
rosa e del giglio con la coppia Tancredi/Clorinda. I due
testi creano una simbiosi di antico e di moderno (leggi=
superamento del tempo) di lingue diverse (leggi= superamento
dello spazio), di anonimo collettivo e di individuale (leggi
= rigenerazione dellio nel tutto e individuazione
del tutto nellio), di popolare e colto (leggi= di
mito e di riflessione filosofica) ... si ripetono, insomma,
i temi centrali dellintero poema. Ma ciò non
basta a spiegare la malia di questa sezione conclusiva.
Quella simbiosi è in realtà un concerto con
un solista che sidentifica con il leit motiv cioè
un verso della canzone gaelica, leit motiv che si ripete
ad intervalli e che si allarga ogni volta includendo nuovi
versi dellantica canzone, come se man mano il canto
andasse sostituendosi alla glossa, e la malia della musica
assorbisse tutta la complessità del pensiero trasformandolo
in sentimento di gioia. Il recupero di un canto antico riporta
paradossalmente la freschezza di quello che è sempre
vero, la cui semplicità è atemporale e pertanto
inalterabile, forte della forza dei proverbi e della preghiera
insieme, con il calore del desiderio di chi vuole amare,
cioè vivere. Questo motivo, prevalendo sulla glossa,
chiude il poema con i versi "Love is come again Like
wheat that springeth green", cioè con quellimmagine
del grano che simbolizza il ritorno, leterno ritorno
della primavera, periodo della "seminagione".
Ma il grano simbolizza anche il lavoro (in sardo il raccolto
del grano si chiama "su laore", ossia il lavoro
per antonomasia) ritualizzato. Anche la generazione, lamore
che si canta in questa nuova opera di Annalisa Cima è
rito e lavoro perché "labor est etiam ipsa voluptas".
La sezione finale del canto abbonda di note di dolce intimismo
con tonalità decadentiste, ed è ricca di immagini
relative alla "laboriosità" dellamore,
dallape alla rondine. E ritorna perfino il fauno non
più propiziatore di riti ma spettatore degli stessi.
Anche larte è lavoro perché è
creazione, ed è creazione perché è
amore, coraggio, perfino narcisismo (non è forse
Dio il sommo Narciso che creò il mondo a sua immagine
e somiglianza?, ma anche per lui la molla prima era lamore):
solo i poeti nani non creano e ai poeti falsi è preclusa
la gioia del vero amore. Nel poema corre una felicità
nuova di chi ha unito la rosa e il giglio di chi riscopre
quello che sempre sapeva ma non sapeva quanto fosse vero
in termini esistenziali. E lio oblia se stesso nel
canto antico in altra lingua, nel canto del più semplice
degli amori. Anche San Francesco nei momenti di estasi cantava
canzoni dei trovatori. Quanto durerà questa felicità,
questo stato di gioiosa e obliosa sintonia con leros
universale? Chi ha seguito Annalisa Cima fino a questo punto
può prevedere con una certa plausibilità che
torneranno forse altre primavere, ma torneranno anche i
ripiegamenti più doloranti perché quello che
ritorna non ci avrà eternamente come fruitori e spettatori.
Quello che non possiamo prevedere è quali vie nuove
troverà la magia della creazione poetica di Annalisa
Cima.