"Cherubino:
le metamorfosi del canto"
L'
"ipotesi d'amore", una e plurima, che dà
il titolo a questo volume, suggellandone l'intenzione di
prova, di ardita verifica, adombra un'ipotesi di mito personale.
Il "cantar d'amore" si sceglie radici nell'area
mitica di un personaggio musicale di intensa e diffusa grazia:
il mozartiano Cherubino, aurorale anticipazione di Don Giovanni;
aereo folletto ansioso di dire, di raggiungere, non di possedere;
incantatore più che seduttore; nel quale Kierkegaard
scorge la raffigurazione del desiderio "presentimento
di se stesso", "indeterminato", "infinitamente
profondo". E il canto, sapientemente modulato in eco,
in richiamo, in risposta del perentorio, ironico oggi a
quel settecentesco ieri depositato nella memoria e nel sogno,
non soltanto si appropria del mito di Cherubino per offrirne
sottili elaborazioni, ma sommuove e libera le latenti energie
mitopoietiche di un lessico fortemente personale, che, di
esperienza in esperienza (da Terzo modo,'69, a Immobilità,'74,
a Sesamon, '77), e di silenzio in silenzio, si è
andato strutturando con l'economia precisa, lucida, enigmatica
di una costellazione. Parole tematiche, metafore ricorrenti
in rime e ritmi iterati, stilemi funzionali come gesti,
si aggregano a comporre un disegno che, già percepibile,
sembra qui compiutamente rivelarsi.
Il Cherubino che Annalisa Cima elegge a primo, fantastico
destinatario del suo volume, è la figura di un'apparizione,
di un rapimento, di un gioco, più che di un'evocazione
o di una ricerca. Nei raccorciati cieli d'amore del nostro
fin-de-siècle, è scoccato un messaggio, è
caduta un'abbagliante ombra di nuvola che ha, per una frazione
di secondo, svelato un sole; un evento, un prodigio, ha
innescato il nome; e - poiché l'evento è taciuto
- il nome ha mosso un ritmico divenire: "Forse analogie
naturali/ danzano la gioia/ forse scolorita la noia dell'inganno/
vanno/ le ipotesi d'amore" (n.1); il "mitico paggio"
ha attraversato lo spazio del testo e, presente (nelle dodici
poesie Per Cherubino) o assente (nelle ventiquattro Per
altri), vi ha lasciato le tracce del suo passaggio.
Innamorato di un oggetto mutevole, ma immutabile nell'accendere
il desiderio e immutabilmente modellato dal desiderio stesso,
Cherubino è colui che trasforma ogni dialogo potenziale
o impossibile in soliloquio per salvare - o: pur di salvare
- la parola che dice, che ricrea incessantemente l'incantamento
d'amore; che, nella sua urgenza, chiama gli altri a esistere.
"E a parlare mi sforza d'amore/ Un desìo ch'io
non posso spiegar!/ Parlo d'amor vegliando,/ Parlo d'amor
sognando" canta nell'aria del primo atto delle Nozze
di Figaro, nel libretto di Lorenzo Da Ponte, per concludere
con imperiosa, disperata lievità: "E se non
ho chi m'oda/ Parlo d'amor con me". Epigrafe a Ipotesi,
gli ultimi due versi annunciano una poesia che, parlando
d'amore, parla di sé come di estrema tensione del
comunicare, come invenzione di un visionario spazio d'ascolto;
che colloca al proprio centro l'arcano rapporto tra amante
e amato, tra cantore e cantato, tra esecutore e esecuzione
(tra soggetto e oggetto poetico) di cui Cherubino è
visto come il depositario. Sotto il nome, il travestimento,
del paggio, sembra celarsi, in Ipotesi, una giocosa divinità,
mortale e docile alle regole dei mortali, ma rapida nel
sovvertirle. Se Da Ponte indica in Cherubino l'erede degli
struggimenti di un Narciso o di un Adone ("Narcisetto,
Adoncino d'amor" lo definisce Figaro non senza malizia),
Annalisa Cima ne fa la smemorata incarnazione delle trasognate
bizzarrie di un Cupido ("Con la bocca da bambino/ Cherubino,/
hai incatenato le mie anella", n. 3) o dei sortilegi
canori di un Orfeo ("Cucùlo incantatore/ canta/
mentre avanza/ l'ora del tramonto", n. 10). Cherubino
non cerca il proprio riflesso, ma si offre come riflesso,
come "ipotesi" amorosa, come miraggio che definisce
l'orizzonte di un lembo di terra mitica esistente nell'attimo
della rivelazione, nella parola che la pronuncia: così
nei versi "Muovo i passi/ a sottili ritrovi,/ tesi
fili di archi/ verso acque furtive/ dove arcadi insieme
andiamo" (n. 9), nei quali la catena fonica ARCHI-ACqUE--ARCadi
segna un cammino trasversale di orme ripercorse, e un'Arcadia
fugace nasce da una sequenza di fonemi, quasi dalla variazione
di una nota musicale strappata al nome di CHERUbIno.
Nel volume che si costituisce intorno alla sua apparizione
Cherubino irradia la propria doppiezza di desiderante/desiderato,
la propria febbre di totalità, di congiungimento.
Quasi che il suo nome comportasse un contagio, un sommesso
prodigio, l'innamorato cantore mozartiano ha qui il ruolo
di trasformare chi s'innamora di lui, della sua voce, in
un nuovo se stesso: controfigura del poeta, egli trova nel
poeta un suo "doppio". Se la prima parte di Ipotesi
traccia le fasi di un incontro e di un incantamento - di
una musicalità interiore liberata - , la seconda
parte testimonia gli effetti di quell'incontro, configurandosi
come amorosa divinazione della musicalità occulta
degli altri, i componenti la famiglia mentale ai quali l'"io"
poetico si rivolge, dei quali, vivi o morti, sollecita e
rifonda l'esistenza nel canto.
La singolare androginia di Cherubino - necessità
del desiderio alle origini, eresia di ogni sviluppo - che
la musica mozartiana potentemente esprime assegnando un
ruolo maschile a una voce femminile profonda e inquieta,
aggraziata e penetrante, alimenta, in Ipotesi, il mito di
una poesia che sia incessante metamorfosi, totalità
continuamente spezzata e ricostituita, costante, dichiarata
eresia della parola. La "contraddizione" del Cherubino
mozartiano - nel quale, secondo Kierkegaard, "il desiderio
riposa androginamente nel desiderio, come nella vita delle
piante il maschio e la femmina abitano in un solo fiore"
- viene sciolta nelle sue componenti e riproposta come ineliminabile
modalità del canto, arco sotteso di ogni voce poetica.
Alla tensione verso il duetto (femminile/maschile) della
prima parte, si sostituisce, nella seconda, il dispiegarsi
di un "a solo", in cui maschile e femminile si
fondono. Nella poesia n. 34 ("
Così il
navigatore/ parlò ai venti/ e il vento/ alla poesia/
vicina la dea/ e il sentire le nostre rime/ votate al non
finire") questa voce, una e plurima, carica di lontananze
marine e di avvertimenti prodigiosi, afferma la propria
volontà di durare non per sé, ma perché
non si spenga la vibrazione di cui essa è portatrice.
L'ebbrezza d'amore del divino Cherubino si è trasfusa
nella sobria ebbrezza del poeta, immobile nel vortice della
dinamica infinità del testo, intento a registrare
le interferenze d'"infinito" nel precario, i "momenti"
in cui "l'impossibile diviene" (n. 28)
Gli inediti esiti di Ipotesi d'amore sono anticipati da
Sesamon, che Cesare Segre ha definito un "canzoniere",
individuandovi con lucidissima percezione "un moltiplicarsi
di rivelazioni, un solitario allargarsi dell'indefinibile,
che si libera solo nel canto e che al canto fa sentire la
nostalgia di un oggetto", cogliendovi l'instaurarsi
di una sottile rinnovata "equazione" tra erotismo
e musica. Sotto il segno di Cherubino, che tale equazione
misteriosamente racchiude, ha luogo, per Annalisa Cima,
la riscoperta delle potenzialità mitiche sepolte
nella parola poetica o da essa suggerite: il canto mobilita
e fonde in rapide alchimie verbali il linguaggio della grande
poesia amorosa (dallo Stilnovo al Petrarca al Tasso alla
lirica settecentesca) e un lessico personale di ellittica
eleganza, di dura, contemporanea esattezza. Parole che una
lunga ascendenza ha estenuato limandole fin quasi a renderle
trasparenti, puri suoni di un'arcaica lingua estinta, derubata
dei suoi referenti, acquistano, straniate nell'oggi, nell'urto
con la poetica novecentesca dell'oggetto, la forza di segnali
di un nuovo codice lirico. "Modi e note di madrigale",
cadenze di canzone, rime di dramma pastorale, rinascono
vertiginosamente all'interno di strutture ritmiche di astratto
rigore; come corde di un'arpa lievemente percossa, vi lasciano
l'impronta di un'eco. Una citazione di preziosa, triplice
risonanza ritrova l'immediatezza dell'invenzione: "All'alato
chiedo/ che non fermi il gioco/ conosco i segni dell'antico
fuoco" (n. 4).
La terminologia che definisce il paesaggio lirico della
tradizione italiana (le acque, il sole, i fiori, il bosco,
i rami, gli alberi) già in Sesamon densa di vibrazioni
metaforiche, designa in Ipotesi uno scenario mobile, aperto
a metamorfosi e dislocazioni. L'Arcadia connessa al nome
di Aminta, l'adolescente pastore del Tasso, simile, nella
sua vaneggiante ansia d'amore, a Cherubino, si tramuta in
una "promessa/ terra di significati/ nelle ore del
proibito" (n. 7); e dietro l'una e l'altra si profila
un eden, un mitico spazio d'origine e d'iniziazione, un
perduto giardino dell'infanzia (n. 14), i cui lineamenti
si trasmettono, come in una filigrana leggera, ai luoghi
del mito personale: gli iniziatici cancelli delle acque
lustrali (in Sesamon: cancelli eleusini), gli erotici viali
dell'impallidire, l'idillico bosco di librati abbandoni,
l'assorta regione del vivere in ascolto.
Il lessico canonico della passione e del corpo (la brama,
la tema, l'ardire, gli ardori, la ferita, le anella, la
pupilla) si attiva, a sua volta, nel confronto con il linguaggio
di un eros inquietante, ironico o mentale (i vapori-sudari,
la goccia di mille spirali, i declivi divini, i denti
furtive deità del trattenere) che nominando il corpo
lo mitizza e ne precisa il rapporto con l'emozione (il sofferto
della febbre, l'indifeso pensare). I topoi stessi della
convenzione amorosa - la guerra, la prigionia, il sortilegio,
l'inganno - riproposti in un inatteso recitativo (n. 1)
o giocosamente profanati (n. 3), denunciano la loro genealogia
e insieme la loro attuale pertinenza, simili a pietrificati
gesti dell'immaginario, a graffiti, a tracce di miti che
un'assonanza, in'allitterazione, una rima risuscitano e
riespongono alle nostre acri atmosfere. Lo stravolgimento
degli emblemi del codice lirico in modelli di un'ipotesi
di mito è documentato dalla imagery personale del
sole: presente nella grande poesia amorosa di origine cortese
a significare l'amata lontana e inattingibile, arcana figura
del divino, o, nella lirica femminile, a indicare il centro
di gravità del cosmo affettivo costituito dal coniuge,
dall'amato, il sole designa ereticamente, nella tessitura
allitterativa di Ipotesi, il radioso corpo dell'amante presente
e visibile ("Amante amato amandoti/ ho gocce negli
occhi/ e sale nel palato/
e quando guardo/ vedo che
sei sole", n. 2) o è proposto come solitario
attante tragico ("e ti rivedo solo/ anche il sole muore",
n. 14; "Si cibano di noi/ gli avvoltoi/ così
può il sole/ cadere vittima di un sortilegio",
n. 29) o come correlativo oggettivo della estatica gioia
d'amore ("Divenire insieme/ è sortilegio di
un sole/ che risale lucido al mattino", n. 6).
In quest'ipotesi di cosmologia alcune parole "ossessive"
della tematica di Annalisa Cima ( il volo, il gioco, il
filo, la trama, la danza, l'osmosi) definiscono, infine,
gli eventi e gli strumenti di un sapere oracolare, di un'ardita
strategia di durata. Il filo che regge la comunicazione
(n. 3: "e tiro il filo"; n. 9: "tesi fili
di archi"; n. 21: "appese ai fili") allude
alla possibilità di uscire dal labirinto, di raggiungere
il limite, la meta, il punto estremo. In un universo poetico
dominato dalla rapidità, dall'impazienza conoscitiva,
dalla tensione del divenire, dal gesto radicale o traumatico
(il deporre, il proseguire, il ritrovare), i miti dell'origine
sono continuamente affrontati dai miti della morte, e questi
dai rituali della fusione e della metamorfosi. Al giardino
si contrappone il mare, "specchio del domani";
alla "fenice" l'avido "cavaliere" che
"a tergo siede e divora"; al "momento",
al "giorno", al "vivere obliando", la
"mutazione infinita", il "non finire"
della poesia. Impetuosamente la recuperata parola del passato
travalica il presente per spingersi avanti, incontro al
fantasma di un linguaggio aperto, nutrito di silenzi e di
futuro, verso un punto di confluenza, come di acqua nell'acqua,
di fiume nel mare. L'imperativo formulato in Immobilità
- "il filo è già appeso/ prendilo/ per
arrivare in fondo", n. 68 - si traduce in una richiesta
altrettanto decisiva: "E da lontano/ voce che giungi/
alla foce dell'immaginare/ deponi passo dopo passo/ il breve,
il lungo/ tempo dell'andare" (n. 10). La foce: la soglia
ultima dove la parola mutata in canto affronta, nel mitico
paesaggio di Ipotesi, l'assalto estremo, la tentazione dissolvitrice
della caduta e del sogno, per verificare intera la propria
latitudine fantastica.