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Annalisa
Cima
Incontro Montale, 1973 (prosa)
il volumetto contiene:
un ritratto a matita di Montale
fatto dall'autrice. Due
conversazioni, un autoritratto
inedito del Poeta e due traduzioni da
poesie di Emily Dickinson fatte da Montale
e dalla Cima con relativo autografo.
All'insegna del Pesce d'Oro,
Milano, 1996 |
INTRODUZIONE
La ricerca
di assoluto urta contro l'antimisticismo del mio interlocutore.
Le diverse età, origini, dovrebbero tradursi in altrettante
incomprensioni.
La mia età di contrasti e violente dichiarazioni, le origini
dalle inflessioni austroungariche tendenti all'esclusivismo, non
impediscono di amare la semplicità latino-anglosassone
del poeta.
Questo suo modo attuale e semplice, fatto di piccole cose attraverso
le quali vedere e sentire, ha per fine gli stessi ideali resi
meno dogmatici.
La sua astensione timida è reale: fatta di misantropia,
di prudenza.
Il voler dire, non dire, le ritrosie di chi teme anche a sproposito
di essere coinvolto, impediscono all'interlocutore di appoggiarsi
sulle proprie verità per creare un tramite di comprensione.
L'imporsi un parlare di cose non sue, non trite, non lette e tutto
ciò che viene dall'esterno, costringono a procedere in
un labirinto di voci che ostacolano il colloquio.
Chi lo dice senza idee filosofiche, chi vede nei suoi lunghi silenzi
una assenza di pensieri e sentimenti.
La sobrietà di parola, la misura nel gestire, l'assenza
di enfasi, non sono mancanza di sentimenti, di idee.
Idee Montale ne ha coniate e scritte molte.
Mi sembra giusto rispondere con due dialoghi che facciano risaltare
il suo modo di pensare, la sua logica chiara, coerente, senza
fronzoli, mettano in luce una personalità: quella di Montale,
non facile, con il suo poco trasporto per gli altri, i silenzi
difficili, le riprese faticose.
Spesso a chi lo incontri può sembrare ostile: è
la sua maschera, la sua difesa, forse abitudine.
Montale, poeta, siamo in molti a conoscerlo, ad ammirarlo. Montale
uomo è spesso incompreso.
Lo si accusa di usare l'arma dei potenti, di intimorire, di essere
reticente nell'esprimere idee personali: forse per moderazione,
non certo per paura.
Chi lo abbia letto sa che non presenta misteri il suo modo di
vedere le cose.
L'atteggiamento politico, è chiaramente antifascista, dai
tempi in cui esserlo poteva presentare dei rischi.
Antifascista, senza cadere in posizioni polemiche o in fastidiosi
estremismi. Senza bisogno di dimostrare nulla essendo la sua convinzione
non di recente data.
La sua religione, cristiano-antidogmatica, è vedere con
occhio quasi pagano l'intervento dell'Assoluto nelle cose, attribuire
alla religione un campo di logiche non di credentità.
Il suo dialogare, rotto da risatine a volte maligne, quando diventa
impegnato si spezza: paura di essere andato oltre, d'aver scoperto
troppo se stesso; timidezza, ritrosia o senso d'inutilità
dei concetti troppo spiegati?
Spesso l'ho sentito dire: se divulgassero meno, se meno gente
si occupasse di cultura, quanta ignoranza rimarrebbe inoffensiva.
Cosí, si dà un'arma. "Quattro giudizi raccolti,
un po' di nozionistica spicciola ed ecco il livello. Una erudizione
massificata". L'erudizione fine a se stessa, il leggere troppo
e male lo spaventano, sa quanto vuoto si nasconda sotto le false
erudizioni.
Legge ciò che ama, parla di ciò che ama, non vuole
piacere: non si sforza nel dare il meglio di sé stesso.
Andare da lui, vederlo, parlare di cose di tutti i giorni, vuol
dire scoprire una persona cara.
Montale deve essere scoperto come tutte le cose non facili, con
semplicità, perché si ritira come un riccio di fronte
a chi indaga.
Quando è sicuro della persona che gli sta di fronte, allora
ama parlare di sé, degli altri con allegra malignità,
con frasi scherzose.
Un'umanità di cui gli scrutatori di poeti che lo vengono
a trovare dovrebbero tener conto.
Non sanno parlargli di cose inutili o piacevoli, lo tengono costantemente
sotto tiro. Per chi giuoca il ruolo dell'impegnato, come rinunciare
ad una citazione, a un luogo comune, di fronte al grande poeta?
E Montale sbuffa, fuma insofferente e paziente al tempo stesso.
Alla sua età, caro senatore, tutti questi seccatori che
vengono a trovarla per vedere il mostro sacro, li manderei a farsi
benedire, perché, oltretutto, come ieri diceva, "sono
dei menagrami".
Questo breve scritto introduce due incontri: per avvicinarci al
suo pensare, per rileggerlo forse, per amarlo di certo.
Annalisa Cima
PRIMA CONVERSAZIONE
ANNALISA CIMA - Soffrire di esterofilia
è male da borghesi, ma anche da intellettuali; quando si
parla di tradizione letteraria e di saggistica spesso le teorie
sono assolutamente contraddittorie. Qualcuno sostiene la critica
anglosassone superiore alla nostra
EUGENIO
MONTALE -
I critici inglesi hanno una tradizione di saggistica certamente
piú elevata della nostra, ma non strettamente letteraria.
Se leggi la prefazione famosa di Matthew Arnold a Wordsworth è
uno stupendo saggio, ma se uno cercasse proprio dentro lí,
la critica intesa in senso filologico, non c'è nulla di
simile. In questo senso è, in anticipo di quasi cento anni,
quasi un crociano. Per il quale la pagina scritta ha un valore
molto relativo. Il Croce diceva: la poesia è dentro il
cuore del poeta, che poi la scriva o non la scriva non toglie
nulla.
Invece non è vero, non è vero affatto, se uno si
impegna a scrivere, questo fantasma interno cambia, a volte cambia
sesso, età, peso, misura, sapore, odore.
ANNALISA
CIMA -
Anch'io sono per l'arte-espressa: il quadro non dipinto, la poesia
non nata, si prestano alla mistificazione.
Ma a parte la giusta motivazione di voler far nascere un'opera
perché non rimanga un'astrazione, un'illusione, oggi si
è diffusa un'epidemia che potremmo chiamare: imperativo
della facile divulgazione. È venuto meno il pensare, l'avere
delle idee, per lasciare posto all'informazione che diviene fine
a se stessa, sproporzionata all'idea, al contenuto da divulgare.
Cosí l'abuso provoca un fraintendimento dell'opera, e acquista
un'importanza smisurata l'involucro, la parte deteriore.
Non si fa a tempo a mettere a fuoco un'idea, trasformarla in azione
artistica, ed è già invecchiata.
EUGENIO
MONTALE -
le
idee sono diventate un genere d'uso: si indossano e si dimettono
al primo variare della moda. La moltiplicazione delle scienze
e delle tecniche è direttamente connessa alla scomparsa
delle idee. È chiaro che la poesia e la prosa di romanzo
non potranno mettersi al corrente se non realizzando opere totalmente
prive di idee e unicamente affondate nell'inconscio. Si dirà
che anche la rinuncia alle idee è un'idea, è l'idea
che non esistono idee valide. Ma è un sostegno debole per
una produzione che dopo ottanta e piú anni di nuovissimi
ismi non ha nemmeno il pregio della novità.
ANNALISA
CIMA -
Ma è difficile credere a qualcosa che non sia strettamente
legato al progresso della tecnica, venute meno quasi tutte le
strutture ideologiche che hanno sostenuto per secoli l'arte.
Strutture travolte da nuove scoperte, da affermazioni piú
valide, scartate dagli eventi stessi che le hanno sperimentate.
EUGENIO
MONTALE -
Se molti giovani non credono né in Marx, né nel
Dio dei cristiani e nemmeno in quello della democrazia liberale
o degli Stati Uniti d'Europa (o in altre ipotetiche divinità)
potrebbero almeno credere nella possibilità di esprimersi
in forme che non siano di contrabbando.
ANNALISA
CIMA -
L'arte e in particolare pittura e scultura, oggi vivono di novità
che sono tali solo per mancanza di documentazione. Gli artisti
sembrano applicare il metodo progressivo della scienza al campo
dell'arte, con sperimentazioni che vanno al di là di quello
che l'estetica in arte si propone. La tecnica della scienza ha
contaminato quella dell'arte, l'artista è quindi portato
a giustificare ogni esperimento, avvalendosi di una metodologia
che non gli appartiene. L'arte è chiamata a dimenticare
il suo valore estetico, senza riuscire ad assumere valori sociali,
psicologici. Ripetere gli oggetti sotto forma sperimentale, non
tecnicamente perfetti è un compromesso imposto dai critici
e subito dagli artisti. Inoltre, quanto ha sapore di nuovo vale
anche se oggetto già frusto. Di qui il pericolo di riprodurre
cose appartenenti a un altro mondo: il mondo consumistico. Un
barattolo, una macchina da scrivere, un qualsiasi oggetto, viene
ripresentato, sostituito a sé stesso con un altro nome.
L'artista è un consumatore di un supermarket dove attinge
oggetti a cui reinventare un nome. Tale funzione dell'artista
ha indubbiamente indebolito il valore dell'arte e fatto affermare
a critici chiaroveggenti
che l'arte è morta.
EUGENIO
MONTALE -
Il nostro tempo ha reso l'arte cosí immediata da distruggerla.
ANNALISA
CIMA -
E per il futuro?
EUGENIO
MONTALE -
L'arte si disporrà allora su due piani, un'arte utilitaria
e quasi sportiva per le grandi masse e un'arte vera e propria.
Il dovere di noi, cosí detti intellettuali, è
di far sí che una parte del migliore passato possa sopravvivere
nell'avvenire. Le voci piú importanti saranno quelle degli
artisti che faranno sentire, attraverso la loro voce isolata,
un'eco del fatale isolamento di ognuno di noi. Sono queste grandi
personalità isolate quelle che danno un senso a un'epoca
e il loro isolamento è piú illusorio che reale.
Quel che importa oggi è di non lasciarsi illudere dal filisteismo
del falso moderno, del costante scambio in arte, dei mezzi col
fine.
ANNALISA
CIMA -
Questo non distinguere le componenti dell'azione in arte al punto
di non saper piú discernere tra mezzo e fine, può
forse derivare dall'alienazione dell'uomo contemporaneo.
EUGENIO
MONTALE -
.
Il filosofo e il sociologo che in questi anni piú si è
riempito la bocca con la parola "alienazione", è
Theodor W. Adorno, uomo di formazione freudiana e marxista.
Secondo una opinione assai diffusa l'attuale alienazione dell'uomo
è da porsi in rapporto alla fase capitalistica della civiltà
industriale. Sono convinto che esista un'alienazione naturale,
ma credo che essa possa in qualche misura essere corretta dalla
volontà dell'individuo; e sono altrettanto certo che lo
sviluppo della civiltà meccanica (sia esso regolato dall'alto
o dal basso) ben difficilmente possa essere neutralizzato nei
suoi effetti nefasti in un mondo superpopolato.
ANNALISA
CIMA -
Sono d'accordo nel credere che la nostra alienazione, dovuta allo
sviluppo della civiltà meccanica, non sia soltanto colpa
del capitalismo; infatti nei paesi dove impera la forma anticapitalistica
si notano gli stessi effetti negativi prodotti dall'era della
macchina. Il progresso ci ha disorientati, abbiamo perso in potenza.
Sottoposto a una menage stressante, l'uomo non ha retto. Il nuovo
mondo da lui stesso creato ci sta fagocitando.
EUGENIO
MONTALE -
L'uomo nuovo nasce, per eredità, ancora troppo vecchio
per poter sopportare il nuovo mondo; le attuali condizioni di
vita non hanno ancora fatto tabula rasa del passato, si corre
troppo ma si sta fermi. L'uomo nuovo è, in altre parole,
tuttora in fase sperimentale.
Oggi come ieri l'uomo lavora e si diverte; ma il lavoro è
quello che compie la parte di un ingranaggio e gli ozi sono laboriosi.
L'uomo d'oggi guarda, ma non contempla, vede, ma non pensa.
È gente che smesso il lavoro non può restare in
compagnia di sé stessa ed ha bisogno - in qualsiasi modo
- di "far qualcosa" per riempire il vuoto dal quale
deve difendersi. Non è gente in ozio questa: è gente
veloce, in fuga dal tempo, dalle responsabilità e dalla
storia.
ANNALISA
CIMA -
Un'alienazione alimentata dalla mancanza di pause, dal non sapersi
accontentare di una vita da vivere giorno per giorno. Solo, alienato,
posto di fronte ai problemi del nulla, della sopravvivenza, l'uomo
cerca un aggancio soprannaturale, un ritorno alle religioni.
EUGENIO
MONTALE -
Per l'uomo posto di fronte al nulla o all'eterno, non esiste,
non è pensabile che una sola possibilità, tangibile,
evidente, infinitamente cara quanto piú prossima a sfuggire:
la vita di quaggiú, la vita stessa che abbiamo visto, conosciuto
e toccato con le mani fin dai primi anni dell'infanzia.
ANNALISA
CIMA -
Una concezione che nel suo intrinseco ateismo è preferibile
all'alienazione di chi si alimenta di false credenze, di riti
magici, di esasperazione della componente rituale delle religioni
per dare risalto alla parte deteriore, alla parte scenografica.
E attribuisco questo bisogno di idoli alla necessità di
dover comunicare, se non altro in modo simbolico, per combattere
la nostra alienazione, il cui tarlo è appunto l'incomunicabilità.
Cosí tra magia e incomunicabilità ci ridurremo in
un mondo di esseri silenziosi, ma non perché meditativi.
EUGENIO
MONTALE -
È
sparita quasi del tutto l'abitudine e la capacità della
conversazione - nella quale la persona umana, l'anacronistico
"singolo", tentava in qualche modo di affermarsi - non
è però venuto del tutto meno il bisogno di comunicare.
Il congresso, la "rencontre", il dibattito ad alto livello
o basso livello, il festival a sfondo piú o meno culturale
permettono a legioni di uomini specializzati di sentirsi esistere
senza assumere per questo nessuna particolare responsabilità.
Il Congresso è il tentativo sinora piú riuscito
per gettare il discredito sulla casta degli uomini che pretendevano
di pensare con la propria testa. Il suo apparente scopo è
quello di praticare un massaggio (per carità, non un messaggio!)
ideologico sugli intervenuti, dando ad essi l'illusione che il
mondo ha bisogno di loro.
SECONDA
CONVERSAZIONE
EUGENIO
MONTALE -
Io avevo pensato di far tradurre una poesia da una lingua all'altra,
poi far intervenire un secondo traduttore il quale traduce dalla
traduzione non dall'originale; poi interviene un terzo traduttore
il quale traduce dalla seconda, un quarto, un quinto, e ripetere
l'operazione cento volte. Questo è un esperimento che l'Unesco
potrebbe fare con la spesa di pochi milioni: sarebbe molto utile
per la cultura. Poi si paragona la poesia N. 1 con la poesia N.
100 per sapere che cosa è rimasto. Credo che non rimanga
assolutamente nulla.
ANNALISA
CIMA -
La proposta è molto divertente, per lo meno evita l'equivoco,
si saprebbe già in partenza di rileggersi senza riconoscersi.
E chissà, per certi poeti, potrebbe essere anche un vantaggio.
Questi traduttori che travisano per cattiva interpretazione, non
hanno dubbi o paure.
Dubitare è invece utile, utilissimo. Spesso però
dubbi e paure intervengono a sproposito, per mancanza di opinioni
personali, per un linguaggio insufficiente,
EUGENIO
MONTALE -
Reso balbuziente il linguaggio - al quale si riconosce una utilità
non piú che pratica, di segno utilitario - si mostra inutile
la conversazione, ridicola l'affermazione di opinioni che pretendano
di cristallizzare in un senso o nell'altro il flusso della vita.
ANNALISA
CIMA -
Cosí viene meno il comunicare, l'unico mezzo per uscire
dall'angoscia, dall'alienazione di quest'epoca, tanto cara e tanto
tormentata.
Cara perché la viviamo anche soffrendone le manchevolezze;
e tra tutte, prima il comunicare. Tutto è rapido: in poche
ore si arriva a Rio, a San Francisco, ma è impossibile
capire chi ci sta gomito a gomito.
Forse perché il comunicare ha bisogno di tempi, di silenzi,
di inflessioni, di calma e non di corse estenuanti.
I vocabolari personali sono ormai ridotti a poco piú di
cento parole. Lo insegnano anche i manuali per apprendere le lingue
rapidamente, ma è imparare questo? O non piuttosto un non
voler pensare, per paura? Paura di non aver risolto, neppure ora
che tutto si risolve facilmente, il perché dell'angoscia.
EUGENIO
MONTALE -
Il problema della comunicazione, è tutt'altro che insolubile
sul piano della vita pratica. Si possono comunicare non idee ma
fatti e bisogni, con l'arte del segno, dell'allusione, con l'impiego
di particolari cifrari; e a questo provvede la scienza delle comunicazioni
visive.
ANNALISA
CIMA -
Resta il problema della comunicazione delle idee, attraverso la
parola.
EUGENIO
MONTALE -
Un tempo si riusciva, perché gli uomini di dottrina, col
sussidio della religione o di qualche filosofia positiva, erano
ancora uomini di opinione; e soprattutto perché gli uomini
indotti erano tenuti fuori dal circolo del pensiero.
Gli uomini autorizzati a pensare erano pochi; la bomba del pensiero
era custodita da rari specialisti che non avevano alcun interesse
a farla scoppiare. Oggi la bomba è scoppiata e anche l'analfabeta
ha il sospetto che la sua ignoranza valga la piú scaltrita
dottrina.
Sorge cosí la figura moderna di chi, tutto rifiutando e
deplorando, prospera e impingua sulle macerie di un mondo che
si suppone essere in disfacimento.
Dimostrando che il linguaggio è una finzione priva di ogni
contenuto e che l'uomo è sorto per caso dal nulla e che
il nulla è la sua vera vocazione.
Distruggendo l'ipotesi stessa di ogni possibile arte, un artista
di oggi può acquistare larga fama e vivere alle spalle
del mondo borghese da lui stesso detestato.
L'uomo aspira al caos ma non rinuncia al confort, non rinuncia
a un margine di sicurezza fisica.
Mai sono esistiti tanti mezzi di comunicare, né cosí
facili né cosí irresistibili.
L'importante è che tra questi mezzi sia sacrificata la
parola, che ha il torto di non essere abbastanza polivalente e
di pretendere a qualche durevole verità.
L'industria della comunicazione sarebbe minata alla base se i
mezzi espressivi pretendessero di avere qualche durata nel tempo.
ANNALISA
CIMA -
Ecco il problema messo a fuoco: l'industria della comunicazione
degli oggetti di breve durata, ma di facile comprensione, è
la causa di tutto. E questi oggetti di facile comprensione debbono
attrarre i mass-media, che ne sono i diretti consumatori.
EUGENIO
MONTALE -
Basta aver frequentato qualche locale pubblico (stabilimento balneare
o ricreativo, caffè casa o salotto) per accorgersi che
la conversazione - quel poco di conversazione che ancora sussiste
- è tutta fondata sui sussidi dei cosidetti mass-media.
Non si tratta piú dell'uomo medio, ma dell'uomo senza distinzioni
di livelli o di classi.
Il problema sorto dai mass-media sarà uno dei problemi
massimi del futuro.
Oggi esso si pone cosí: dato che non si può eliminare
questo mostro dalle cento teste (pubblicità, bourrage de
crânes, automatismo di uomini che si credono liberi, sostituzione
del segno al linguaggio, fabbricazione intensiva di nuovi bisogni
sempre piú inutili, avvelenamento progressivo per mezzo
di stupefacenti pseudoculturali che si assorbono senza rendersene
conto) bisognerà disintossicare il mondo, renderlo meno
offensivo.
ANNALISA
CIMA -
Il rapido progresso, la demistificazione che porta con sé
un periodo di vacillamenti, l'impreparazione a un mondo che ci
sorprende per la velocità del meccanismo hanno creato vuoti
inevitabili.
Vuoti di cultura forse già esistenti, ma meno scoperti.
Si segue la corrente, esce il best-seller e tutti lo comprano.
Solo perché non si ha piú tempo per le scelte, soverchiati
dall'incessante lavoro-movimento.
EUGENIO
MONTALE -
Colui che compra il best-seller compie il suo dovere di buon cittadino
che aiuta la produzione, ma è anche tenuto a disfarsi rapidamente
del libro se vuole assolvere il suo obbligo di consumatore sensibile
ai nuovi bisogni; in nessun modo, però, è tenuto
a leggere il libro.
ANNALISA
CIMA -
Il problema di questo consumismo artistico, sta proprio nell'esautorazione
da parte del consumatore.
I consumatori di libri, e già sta accadendo, saranno gli
stessi scrittori. Diventerà un circolo chiuso. Allora,
forse, il silenzio sarà l'unico mezzo di comunicazione
valido.
Gli artisti saranno probabilmente divisi in tre categorie: quelli
che non scriveranno affatto, ritenendo ormai lo scrivere un mezzo
di consumo tale da contraddire il concetto d'arte; quelli che
scriveranno cose sempre piú incomprensibili, creando un
linguaggio per iniziati; quelli che parleranno per i piú,
scrivendo sempre best-sellers.
EUGENIO
MONTALE -
È
curioso che il solo paese che abbia dato una moderna filosofia
del linguaggio - l'Inghilterra - sia giunto a posizioni diverse,
di un conformismo quasi sconcertante. Il vero linguaggio sarebbe
quello che è parlato dall'uomo della strada e che riflette
il buon senso, il senso comune.
Bandito come antifilosofico il problema della conoscenza, si ammette
che le cose sono quelle che sono, definite dalle parole d'uso,
e che dietro le cose, dietro l'uomo non bisogna cercare nulla.
ANNALISA
CIMA -
Esattamente l'opposto delle posizioni d'avanguardia in Italia.
Il linguaggio diventa sempre piú rarefatto, incomprensibile,
resta da stabilire se sia il nostro un vicolo cieco che darà
luogo a lunghi silenzi.
E resta il dubbio anche sul risultato della filosofia del linguaggio.
EUGENIO
MONTALE -
In principio la filosofia del linguaggio sembrò una rivoluzione
nuova e sconcertante, una utilissima sconfessione del panlogismo
idealistico. Si ebbe l'impressione che i filosofi avessero finalmente
deciso di mettere i piedi su un terreno sicuro. L'illusione fu
breve. I filosofi volevano soltanto far carriera e lasciare tutte
le porte aperte, in ciò buoni seguaci dell'onnivoro e accomodante
e polivalente idealismo vivono in Inghilterra.
ANNALISA
CIMA -
Il panlogismo, ovvero il concetto hegeliano che stabilisce identità
tra razionale e reale, ha indubbiamente assunto in Inghilterra
una sfaccettatura diversa dalla nostra, forse perché gli
inglesi hanno proceduto a dimostrare l'identità tra razionale
e reale con metodo negativo. E quindi la loro posizione era già
diversa. Per questo, lei diceva poco fa che l'idealismo in Inghilterra
non fu mai vivo.
EUGENIO
MONTALE -
Non vorrei essere fastidioso: non propongo alcun misticismo artistico,
non mi ribello allo storicismo contemporaneo, al quale sono stato
anch'io educato, riconosco senza difficoltà che dove esso
non è penetrato, la critica artistica e letteraria non
raggiunge il livello della nostra migliore.
Ma constato che il chiarito concetto dell'arte che è proprio
del mondo moderno coincide con una crisi di quello stesso storicismo
che l'ha resa possibile. Tornare indietro non si può, bisogna
attendere che l'idealismo si approfondisca divorando sé
stesso. Bisogna attendere soprattutto (in arte) che l'estetica
del lirismo si trasformi. L'estetica del lirismo giunta in ritardo
in Italia, è stata piú rigorosa da noi che altrove
perché ha cacciato la psicologia dal mondo dell'arte.
Fallita l'estetica del sentimento di Gentile, fallito il suo attualismo
prevaricatore, la nostra recente estetica ha ripiegato sulle posizioni
di partenza.
ANNALISA
CIMA -
Per Gentile definire l'arte come sentimento, significava soltanto
la riduzione dell'arte a pensiero inattuale, cioè non realizzato.
Al contrario oggi il concetto dell'arte come costruzione domina
in senso assoluto.
Non un'origine solo dallo spirito (come Hegel l'aveva concepita),
ma un modo di costruire condizionati dalla tecnica della materia:
far coincidere le invenzioni con la produzione, l'idea con la
realizzazione.
EUGENIO
MONTALE -
L'arte è dunque creazione di oggetti che prima non esistevano,
non è linguaggio razionale. La ragione (secondo Gilson)
coglie l'opera d'arte quando essa è fatta, quando è
diventata un oggetto, non può piú coglierla nel
suo divenire.
ANNALISA
CIMA -
L'estrinsecazione è, a mio modo di vedere, importantissima.
Ma pensiamo per un momento a un'Italia senza le premesse di Croce
in arte, quale disastro e soprattutto quale esasperazione in senso
contrario, quale pericolo del culto dell'irrazionale, dell'io.
EUGENIO
MONTALE -
L'Italia è senza dubbio il paese nel quale hanno fatto
minor guasto il culto dell'irrazionale, l'esasperazione dell'io,
la storia dell'arte intesa come pura magia, suggestione e allusione,
in una parola tutto quanto si designa con l'abusato termine di
decadentismo.
Ciò che è entrato di queste teorie in casa nostra,
ha mutato volto, si è temperato, si è fatto piú
vero. E paese umano piú che umanistico è rimasta
l'Italia dopo tante prove.
Grande è il dono che essa potrà fare all'Europa
mantenendosi in questa direzione
; se essa si ricordasse
di restare, anche in arte, una terra antica civile e cristiana,
e non ambisse alla facile corona della balbuzie neobarbara e del
funambolismo. Resta da chiedersi perché l'arte sia diventata
quasi impossibile oggi, mentre non lo era quando
gli uomini non si ponevano il problema della libertà.
Le ragioni le ha dette in parte Hegel, ma entro uno schema di
progresso dalla fantasia alla ragione che oggi è difficile
accettare.
ANNALISA
CIMA -
Questo restare in equilibrio tra gli eccessi dell'una e dell'altra
teoria, scartare le cose sbagliate da qualsiasi fronte provengano:
è il tentativo di una nuova cultura.
Il difficile oggi, infatti, è non lasciarsi prendere da
eccessi, tanto facili soprattutto per chi ha le idee confuse,
con poca dotazione di opinioni personali.
Pochi quelli che in tanta confusione gridano alla gioia di vivere.
Persone per le quali l'unica realtà è che oggi il
mondo sta perdendo in amore, in gioia, mentre la vita ci sfugge.
Viviamo in un mondo di traumatizzati: la noia è il presupposto
base, tipica dei non realizzati che ritardano anche sul piano
sociale un qualsiasi progresso. Se ognuno realizzasse il "mondo"
nel suo ambito, basterebbe piú di qualsiasi teoria a cambiare
questi stereotipi annoiati in uomini felici.
EUGENIO
MONTALE -
Non vedo che volti devastati da una noia che non ha nulla di esistenziale
ma è il frutto di una supina acquiescenza a tutti gli aspetti
peggiori del nostro tempo: un tempo che, dopo tutto, è
stato fatto da noi.