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Annalisa
Cima
Le reazioni di Montale (conversazioni)
Profilo di un autore: Eugenio Montale
a cura di Annalisa Cima
e Cesare Segre
Bur, Milano 1977 |
[Ossi
di seppia: "I limoni"]
Annalisa
Cima
- C'è chi sottolinea la continuità e omogeneità
della sua poesia, e chi ne rileva l'incessante evoluzione. Discorso
che può essere portato, alternativamente o parallelamente,
sulla tematica o su elementi minimi dell'espressione. Qual è
il suo parere al riguardo?
Eugenio Montale - Io vedo una certa
continuità fra i primi tre libri, Ossi di seppia, Le
occasioni, La bufera; nei successivi 'cè come il rovescio
della medaglia, l'apertura del retrobottega del poeta. Il passaggio
non è cosí netto: alcune poesie di Satura
(come "L'Arno a Rovezzano") potrebbero anche figurare
ne La bufera, poi c'è l'intermezzo di Xenia,
poi una parte piú nuova, gnomica. Decisamente diaristici
gli ultimi due libri, che si capiscono meglio conoscendo i precedenti.
Sono poesie scritte giorno per giorno, appunti per poesie che
poi non ho pensato di scrivere, perché gli appunti bastavano.
L'unità è data dal loro assieme.
I primo tre libri sono scritti in frac, gli altri in pigiama,
o diciamo in abito da passeggio. Forse mi sono reso conto che
non potevo continuare a inneggiare a Clizia, alla Volpe, a Iride,
che del resto non esistevano piú nella mia vita. Quando
scrivevo i primi libri non sapevo che avrei raggiunto gli ottant'anni.
Passati gli anni, guardandovi dentro ho scoperto che si poteva
fare altro, l'opposto anche. Poi c'è un fatto di orecchio,
di orecchio musicale (i critici non ne tengono abbastanza conto):
ho voluto suonare il pianoforte in un'altra maniera, piú
discreta, piú silenziosa. Ma tutto è venuto spontaneamente,
non ho programmato nulla. Non ho neppure scelto la soluzione di
Mallarmé, che nei suoi ultimi dieci anni di vita non scrisse
piú poesie.
Annalisa
Cima
- Dunque lei propone una bipartizione netta.
Eugenio Montale - Nemmeno, Nelle ultime
raccolte ci sono riprese delle prime, come ci sono temi, spunti
e personaggi della Farfalla di Dinard. Sono cambiati l'accento,
la voce, l'intonazione. Anche sull'unità degli altri libri
ci sarebbe da dire. "Riviere", che è la poesia
prediletta dagli incompetenti, è l'epilogo di una fase
poetica mai esistita. Per questo non si è mai riusciti
a sistemarla criticamente: gli Ossi, di cui è l'ultima
composizione, non consentono affatto quella conclusione.
D'altra parte, "Meriggiare pallido e assorto", di quattro
anni anteriore a "Riviere", rappresenta un'altra fase
possibile. Avevo ritrovato quella poesia molto piú tardi,
dopo l'uscita di "Accordi" e "Corno inglese",
mediocri e degni di essere anteriori a "Meriggiare":
ma in realtà non lo sono stati. Come poeta non mi sono
sviluppato tardivamente, ma nemmeno con fenomenale precocità:
nel '16, quando scrissi "Meriggiare", avevo vent'anni.
[Ossi di
seppia: "Mediterraneo"]
Annalisa
Cima
- "Mediterraneo" è l'unico ampio poemetto tra
le sue raccolte poetiche. Quale ne fu la concezione? E quale opinione
ha dei giudizi cosí contrastanti che i critici ne hanno
dato?
Eugenio Montale - Ci sono altri poemetti,
certo piú brevi: "Dopo una fuga" di Satura
in otto parti (piú una soppressa per motivi privati); e
pure "Tempi di Bellosguardo". Per "Mediterraneo"
non c'è stata un'idea preliminare, ho continuato a scrivere
finché ho esaurito l'argomento. Francamente non saprei
dire chi dei critici abbia ragione; e poi i critici, se sopravvivono
a lungo, spesso mutano i loro giudizi.
[Le occasioni: "Carnevale di Gerti"]
Annalisa
Cima
- Anche parlando di Gerti lei sembra alludere a se stesso. È
lecito considerare i versi "la tua vita quaggiú"
ecc. come un suo soliloquio?
Eugenio Montale - Sí, in qualche
modo sí. Queste apparizioni femminili, e anche Gerti asburgica
come Dora Markus, sono la mia voce. Essendo figure per lo piú
inventate (Gerti venne una volta o due a Firenze) in qualche modo
avviene uno sdoppiamento.
Annalisa
Cima
- Sono state dette molte cose intorno alle donne cantate da Montale,
ma se lei dovesse tracciare una linea di collegamento tra loro,
quale sarebbe il giudizio generico nei confronti della donna?
Quali le affinità che avvicinano le donne da lei cantate
al poeta stesso? I vari volti delle sue donne non sono forse il
suo stesso volto strappate le maschere?
Eugenio Montale - Queste donne sono
cosí diverse tra loro, le ho colte nella loro particolarità,
un giudizio generale sarebbe impossibile. Alcuno sono comparse,
apparizioni. Clizia e la Volpe sono messe in contrasto, una salvifica,
come si direbbe adesso, l'altra terrena
dantesche, dantesche.
Gerti era una donna che non parlava mai, e questo le dava molto
fascino, anche se forse dietro questo silenzio non c'era nulla.
È riapparsa in una mia poesia recente, del 12 luglio 1976.
Eccola:
Dall'altra sponda
sebbene illetterata fu per noi
una piuma dell'aquila bicefala
questa Gerti che ormai si rifà viva
ogni morte di papa.
Un pezzo di cultura? Un'ascendenza
fatta di carta e muffe?
Interrogata
Si dichiarò in maiuscolo ANTENATA.
Ma come la mettiamo se al tempo degli oroscopi
parve del tutto implume?
Dora Markus
non la vidi mai.
Il personaggio piú reale e che resiste nel tempo (si incontra
per la prima volta in "La casa dei doganieri" e poi
nel Dario del '71) è Annetta. Continuerà
a vivere in una nuova poesia, "La capinera".
[Le occasioni: "Infuria sale o grandine?"]
Annalisa
Cima
- Perché la donna di "Infuria sale o grandine?"
accenna con la sua voce a l'"aria delle campanelle"
della Lakmé di Dlibes? C'è forse qualche
riferimento contenutistico?
Eugenio Montale - Ho voluto suggerire
una voce aerea ,"trillo d'aria",, trillante. L'"aria
delle campanelle" è infatti un pezzo tipico per soprano
leggero, pieno di trilli e di vocalizzi.
Alcuni la interpolavano nel Barbiere, a costituire l'aria
della lezione. Ora credo si esegua il testo originale di Rossini.
[La bufera: "L'anguilla"]
Annalisa
Cima
- Orelli dice che nella poesia "L'anguilla" si alternano
immagini che fanno pensare al salmone con altre che alludono piú
chiaramente all'anguilla.
Eugenio Montale - Può darsi
benissimo che io abbia ampliato la sfera di competenza dell'anguilla,
ma non me ne sono accorto. So che le anguille fanno lunghi viaggi,
ma dove si arrestino non so veramente dire. Ce ne sono nel Baltico?
Forse no; ma c'è il capitone, che in Liguria si chiama
grongo, e di solito si mangia tagliato a fette. I buongustai
non lo apprezzano molto; ma in America lo si mangia nel pranzo
di Natale, come pure il tacchino.
Dei salmoni non so molto. Ricordo invece quando, da ragazzi, pescavamo
le anguille con la forchetta, in un ruscello sotto casa. Qualche
volta abbiamo provato ad accendere il fuoco per cucinarle; ma
si carbonizzavano.
[Quaderno di traduzioni: E. Dickinson, "Tempesta"]
Annalisa
Cima
- Nel primo verso della traduzione dalla Dickinson, lei traduce
bugle "suono di corno".
Si può ritenere, con la Bulgheroni, che lei abbia scartato
"buccina" o "fanfara" perché denotano
"allarme"?
Eugenio Montale - Forse "suono
di corno" mi suonava meglio di altri possibili sinonimi.
E tra tanti tipi di corni avrei potuto pensare al corno inglese:
dà un certo lamento che andrebbe bene qui. Comunque accade
spesso che gli errori siano felici.
Annalisa
Cima
- Nel v. 7 della stessa traduzione, electric moccasin è
tradotto "l'elettrico / segnale del Giudizio". Dunque
lei ha scartato non solo il troppo connotato "mocassino",
ma anche altre eventuali calzature o, con interpretazione metaforica,
"passo".
Eugenio Montale - Forse è vero.
Il mocassino mi farebbe pensare ai Pellerosse. Certamente ho voluto
istituire un nesso tra il "suono di corno" e il "segnale
del Giudizio". Un colore smeraldino dev'essere entrato dalla
finestra, se non proprio uno spettro.
[Satura: "Botta e risposta I"]
Annalisa
Cima
- Vuol dirmi qualcosa sulle interlocutrici di "Botta e risposta
I, II e III", a cui allude Zanzotto?
Eugenio Montale - Non è casuale
che la I e la II prendano l'avvio da lettere datate da Asolo ed
Ascona. Sono due tappe quasi obbligatorie del decadentismo: Ascona
era la capitale dell'omosessualità intellettuale fine Ottocento
e del primo nudismo, Asolo, meno peccaminosa, era comunque prediletta
da romantici e raffinati: vi fu piú volte Robert Browning.
Sono due residenze non sostituibili da San Pier d'Arena o da Camogli.
Le destinatarie sono figure evidentemente immaginarie: Magris
le definirebbe lontani echi di un sentimento asburgico (come Gerti).
È un'altra linea sottile che collega "Botta e risposta
I" e "II". Nulla di comune con "Botta e risposta
III", autobiografica, che racconta in sostanza il mio viaggio
in Grecia, e la cui destinataria è un personaggio reale:
la Dalmati, una delle mie migliori traduttrici, insieme con la
Farnsworth. Margherita Dalmati, già assistente di Lavagnini
a Palermo, è anche concertista di clavicembalo.
[Satura: "Il grillo di Strasburgo"]
Annalisa
Cima
- Avalle parla di oggetti "che operano, pensano o, addirittura,
esistono in modo autonomo", e finiscono per trasformarsi
in miti. Quali sono le motivazioni e i procedimenti di questo
suo elevare gli oggetti a simbolo, o persino a miti?
Eugenio Montale - Di volta in volta,
un oggetto può prendere un aspetto particolare: importa
il nesso in cui l'oggetto si viene a trovare con le situazioni.
Per questo può essere imprudente parlare di mito, che implica
una costanza di significati. In ogni caso, il processo di selezione
avviene nella memoria: non si ricorda una persona, ne resta un
segno, un'immagine vaga. Che corporeità possono avere per
me una Dora Markus o una Liuba, viste una sola volta, o mai viste?
In altri casi, i nomi sono usati per ciò che evocano: cosí
Gerti per l'Austria, presente anche in altre poesie. Dirò
comunque in generale che io, della vita, ricordo solo le cose
insignificanti, le altre mai.
Annalisa
Cima
- Mi parli di Montale "taumaturgo" e di Montale "mitografo",
secondo le suggestive formule di Avalle.
Eugenio Montale - ognuno ha la sua
piccola mitologia, e i presagi sono diffusi largamente nella vita
di tutti: si annette un significato a minime evenienze della vita,
e si pensa di indovinare l'avvenire dal suo verificarsi o meno.
Non c'è niente di taumaturgico.
[Diario del '71 e del '72: "Lettera a Malvolio"]
Annalisa
Cima
- Nella lettera a Malvolio lei sembra dire che, finito il fascismo,
le distinzioni e le scelte fra le posizioni etiche paiono diventare
piú difficilmente determinabili. Lo conferma? E quali sarebbero
le ragioni?
Eugenio Montale - La biforcazione
non era cosí netta neanche ai tempi del fascismo: c'erano
anche antifascisti stupidi e in malafede. Non c'è dubbio
che ora le distinzioni sono ancora piú difficili.
Quello che i giovani non capiscono è che il fascismo suscitò
all'inizio grandi entusiasmi poi calati, ma riaccesi alla proclamazione
dell'impero. Gli antifascisti professionali danno l'impressione
erronea del fascismo come di una piccola cricca che si impadronisce
con la violenza del potere. Del resto Croce e tanti altri pensavano
che un paio d'anni di fascismo avrebbero sistemato tante cose:
non prevedevano vent'anni, e si pentirono presto. C'è anche
da parlare della caccia ai posti ed alle onorificenze, come la
sciarpa del littorio: Rosai era disperato di non poterla ottenere
perché omosessuale. Poi in occasione di un grande raduno
un telegramma gli diede la lieta novella. E persino tra gli oppositori
alcuni come Noventa o Carocci furono commossi dalla proclamazione
dell'impero: proposero una pacificazione generale: gli antifascisti
avrebbero chiesto scusa e i fascisti l'avrebbero concessa. Croce
e Gentile si sarebbero abbracciati tra tortellini e gagliardetti.
Ci furono anche tipi che dicendo male del fascismo facevano soldi
ed ottenevano onori: cosí Curzio Malaparte. Solo quando
le cose si misero male vi fu una gara a diventare antifascisti.
Tutto questo lo dico non per dir bene del fascismo ma per dir
male dell'Italia.
Annalisa
Cima
- E oggi?
Eugenio Montale - Non si dice mai
abbastanza chiaramente che la caduta del fascismo ad opera non
solo degli antifascisti, ma di fascisti delusi, non abbastanza
onusti di cariche importanti, desiderosi di cambiare, destò
forte preoccupazione anche in molti antifascisti, che pensarono:
quelli hanno già mangiato, e quelli di domani? Un sospetto
che ha avuto conferma
Oggi il disagio è universale: si sta male in Francia, in
Inghilterra, dappertutto. Stanno bene San Marino, Andorra, Liechtenstein,
gli stati-cassaforte dove tutti mandano soldi.
Annalisa
Cima
- Ma anche lei ha avuto un'attività politica. Vuole parlarmene?
E perché l'ha poi interrotta?
Eugenio Montale - Sí, ho avuto
un momento d'interesse politico vago, molto vago, ai tempi di
Gobetti: si rattava di dir male di Mussolini. Quando entrai nel
Partito d'Azione scrissi anche articoli per il "Mondo",
poi vidi che Calamandrei si lasciava abbindolare da persone mediocri.
Quella del Partito d'Azione fu una vera moda: quando Milano fu
liberata ci furono trecentomila domande di tessera, ma gli iscritti
effettivi furono soltanto tremila.
Comunque, in quel periodo mi offrirono anche la vicedirezione
del quotidiano "Italia libera": c'erano Calamandrei,
Garosci, Ragghianti. La mia eventuale accettazione fu bloccata
dalla notizia che il giornale avrebbe cessato la pubblicazione.
Cosí rimasi a Firenze, dove tra l'altro la Mosca si era
ammalata. E terminò la mia brevissima carriera politica.
Certe volte si pensa che quelli che fanno carriera politica siano
i peggiori. Il torto sarebbe nostro, non loro. Certo il politico
finisce per trovarsi irretito in un gioco di compromessi e di
corruzione. Una vita impossibile, se uno di noi volesse farla.
Annalisa
Cima
- C'è chi la definisce reazionario, o quanto meno conservatore
Eugenio Montale - Sarò anche
conservatore; ma che cosa c'è poi da conservare? Quello
che non sopporto è il fanatismo. Per esempio. Sono rispettosissimo
di tutte le religioni, ma la religione laica mi pare la piú
ridicola delle religioni. Il laicismo ha diritto di esistere,
ma non credo si possa presentare come una religione. Religioni
ce sono già abbastanza.
["Sul
lago d'Orta"]
Annalisa
Cima
- Le Muse di cui parla nel primo verso di Sul lago d'Orta
sono da intendere in senso proprio oppure designano scherzosamente
delle persone? Usa l'espressione "appollaiate"
per alludere a galline?
Eugenio Montale - La villa l'ho vista
da un'altra parte, non sul lago d'Orta. È preso Firenze,
a Castello: c'era una villa abitata da nobili. L'ho trasportata
ad Orta chissà perché, ma poteva starci benissimo.
La villa non aveva balaustrate, non aveva Muse. Le Muse le ho
scritte ma non le ho viste. Penso a mezzi busti di terracotta.
Annalisa
Cima
- Come mai l'ha tanto colpita il noto aneddoto del papa che scherza
sulle parole angeli e Angli?
Eugenio Montale - La coincidenza con
l'aneddoto è casuale. I bambini erano angeli in quanto
inglesi, dopo c'è il background storico. Probabilmente
mi sono chiesto se erano quelli che in Toscana si chiamano gli
anglo-beceri, ragazzi nati a Firenze piú toscani dei toscani
ma inglesi. Sul lago d'Orta non c'era la villa di cui parlo, ma
c'era stata comunque una famiglia inglese: se c'erano dei bambini
inglesi c'era da chiedersi se erano angli o inglesi, se erano
angeli in quanto inglesi italianizzati. Certo se la poesia fosse
nata a Firenze sarebbe piú chiara.
Annalisa
Cima
- Dice Agosti: "Inoltre non immune da stilemi tipici di altre
esperienze
l'esperienza di Luzi, di cui ripete il caratteristico
tra"; e in seguito individua, per via di anagrammi, numerosi
TRA nascosti nel testo.
Eugenio Montale - Non so se il tra
sia solo luziano, ci saranno altri precedenti probabilmente. Quanto
al vedere tra ovunque, mi pare che qui si faccia una grammatica
del subconscio, non si può obiettare niente, si potrebbe
interpretare anche in altro modo.
Annalisa
Cima
- Ritiene sabbiosa erbosa uno "stilema di contraddizione"?
Eugenio Montale - Sabbiosa erbosa
non è uno stilema di contraddizione, indica mescolanza,
non contrasto. Se io avessi detto sabbiosa e erbosa, a parte il
fastidioso incontro delle due e (peggio ancora ed), si creava
una bipartizione, da una parte ciotoli, dall'altra erba. Mettendo
insieme le cose ho fuso erba e ciotoli, quindi a mio vedere non
c'è stilema di contraddizione.