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Annalisa Cima

FRAMMENTI DI UNA BIOGRAFIA PERSONALE

 

Quando penso a Vanni, risalgo nel ricordo al 1967: l'anno in cui l'ho conosciuto. Era la persona più divertente che si potesse immaginare nel mondo dell'editoria. Per lui, la cultura non creava problemi, diveniva un gioco nel sapere, sul sapere, sapendo.
Dalla famiglia aveva ereditato quel DNA che gli dava un'indelebile capacità memoriale, qualche volta sorprendente. Così, tra aneddoti del passato, letture e incontri del presente, Vanni era un vero vulcano di immagini e di battute scherzose, con cui condiva il discorso per alleggerirne l'importanza. Un atto di modestia per non fare il giovane sapientone e anche un alibi per sfuggire agli eruditi noiosi. E nello stesso modo procedeva nelle scelte con ardire e gusto estetico, con la sua etica calvinista, con ferrea disciplina. Basti per tutti l'esempio che gli si poteva parlare al telefono alle 6,30 del mattino senza paura di disturbarlo; anzi, spesso era lui a chiamare, dopo aver scoperto che avevamo le stesse abitudini. A quei tempi, al pomeriggio dopo colazione, ovunque fosse, caricava il suo orologio da taschino e faceva la pennichella. Ricordo a Roma un episodio buffissimo. Eravamo stati a trovare Aldo Palazzeschi in piazza dei Redentoristi; c'era con noi il comune amico Alberto Lattuada. Finita la visita a Palazzeschi, Lattuada c'invitò a colazione e, dopo il dessert, si addormentarono sia Alberto sia Vanni. Avevo con me un piccolo registratore, Vanni voleva lo portassi per la veridicità delle frasi dette dagli autori; così registrai il lieve russare di Lattuada e il silente sibilo di Vanni. Quando si svegliarono, prendemmo il caffè da Rosati, mentre ascoltavamo la registrazione, ridendo divertiti.
Vanni, nipote del grande scultore Adolfo Wildt, figlio di Giovanni Scheiwiller, il piccolo editore più stimato d'Italia, viveva a Milano tra i busti del nonno, che facevano da splendido arredo negli angoli della sala da pranzo e sopra un'alta credenza. Appoggiata sulla mensola dell'enorme finestrone del bow window c'era una miriade di piccole e grandi sculture, fra le quali campeggiavano quelle di Fausto Melotti. Vanni viveva attorniato da quadri, disegni e sculture: dal Modigliani, nel salottino, a Morandi e Picasso; da Messina e Marini a Manzù e Melotti; da Regina a Fontana; da Reggiani a Carla Prina; da Vedova ad Agostino Bonalumi, sino a Vincenzo Agnetti e molti, molti altri, tanto che non v'era più un solo centimetro per appendere nuovi quadri e spesso egli doveva, come nei musei, fare una rotazione, sostituendoli con altri. A tutto ciò si aggiungevano degli scatoloni, collocati nella stanza di fronte a quella di Silvano, il fratello minore di Vanni, e nella camera in fondo all'appartamento che fungeva da magazzino. V'erano lo scatolone di Pound, quello di Montale, di Ungaretti e, via via, di tutti i suoi autori preferiti, inoltre, uno scatolone cumulativo per gli altri. Anche Corrado Costa e io, pur essendo più giovani, avevamo avuto l'onore di una scatola tutta nostra.
Due anni prima di morire, Vanni, in un atto di preveggenza, mi ridonò il contenuto rimasto nello scatolone, comprese le lettere in cui gli parlavo di Marianne Moore e dell'incontro incredibile con Djuna Barnes e con Picasso o con altri artisti che Vanni non aveva potuto incontrare.
Al nascere d'ogni librino, ciò che mi colpiva in Vanni era quella sicurezza nelle scelte che gli veniva da una lunga consuetudine familiare; era, in effetti, già un piccolo editore all'età di sette o dieci anni: così mi disse Messina, che lo aveva conosciuto da bambino. Insomma, nella casa di Vanni, in via Melzi d'Eril 6, si respirava aria di benessere e di bohème. Inoltre, Vanni era un vero gentiluomo all'antica, perciò lo privilegiai tra i miei amici. Spesso aveva delle punte di snobismo, che non mancavo di fargli notare con una certa irritazione; e lui si divertiva a rincarare la dose. In quegli anni, sia a Milano sia a Roma ci vedevamo anche per interi pomeriggi o mattinate; lavoravamo insieme o andavamo a vedere le mostre, spesso con altri amici. Si raggiungevano a Reggio Emilia Corrado Costa, a Montebelluna i Malabotta (Manlio poeta dialettale, oltre che notaio, e Franca, donna colta e affascinante); s'andò anche a trovare Tobia Scarpa, grande amico di Vanni e Mary de Rachewiltz. A Milano, spesso, Melotti ci invitava a colazione; veniva con noi anche Ugo Mulas, che stava fotografando le sue sculture. Poi, tutti nello studio di Melotti, dove Vanni schiacciava il suo solito pisolino. Al risveglio, come un grillo parlante, continuava con brio la sua giornata laboriosa.
Ricordo che in quegli anni litigavamo in continuazione. Il vezzo del dispetto da parte di Vanni, il non lasciarmi soverchiare c'inducevano inesorabilmente a non recedere d'un passo, quando le nostre opinioni erano divergenti. Poi, la commedia finiva sempre con la stessa scena: Vanni mi donava un libro con la dedica al "genietto", soprannome datomi da Ungaretti, e io, già dimentica del motivo della baruffa, gli dicevo: "Sei un insopportabile antifemminista, capriccioso e umorale". E si ricominciava a parlare di mostre, di viaggi, di amici, come sempre.
C'eravamo conosciuti, in quel clima giocoso, alla galleria Cavour nel 1967, in occasione di una mia mostra di pittura. Vanni era venuto perché curioso di conoscere nuovi artisti e in effetti io esponevo a Milano per la prima volta, Portava con sé una borsa che si rivelò uno scrigno colmo di librini. Dopo aver guardato la mostra, con finta noncuranza, tolse dalla borsa un piccolo volumetto e vi scrisse: "Né donne né preti sono poeti e pittori?", e disegnò un pesciolino e v'aggiunse la sua sigla V.S. Attese l'effetto; lessi, lo guardai un po' irritata ma anche divertita, presi un dépliant dell'esposizione di quadri e scrissi: "All'editore di Marianne Moore e di Rebora rispondo che è proprio un gran burlone". Vanni lesse attento, ma fissò soprattutto il disegnino che apposi: riproduceva la cima di una montagna con le iniziali A.C. e un lago, dove avevo disegnato il pesciolino con le iniziali V.S. Mi guardò, facendo balenare le sue lenti, e scoppiò in una sonora rista, poi aggiunse:
"Non ha, certo, un caratterino facile, lei; è meglio esserle amico che nemico. Perciò ho deciso che pubblicherò una piccola monografia dei suoi quadri".
"Quando ha deciso?"
"In questo momento", rispose Vanni con naturalezza. E ambedue scoppiammo a ridere.
La schermaglia continuò a cena. Vanni mi si sedette di fronte; v'erano Buzzati e Fontana, Minguzzi e il gallerista e tanti altri amici. Cominciò con il dire le sue preferenze e, senza mezzi termini, affermò che il suo scultore preferito era Manzù; gli risposi che preferivo di gran lunga Marini e Messina. Poi passò alla poesia e asserì che Montale sovrastava tutti gli altri di varie lunghezze. Risposi che non ero d'accordo: gli preferivo Ungaretti e Campana. Il gioco provocò una tenzone verbale che coinvolse anche gli amici presenti. Erano anni in cui, pur occupandoci seriamente d'arte,, eravamo in uno stato d'animo goliardico e anche gli artisti più conosciuti non si prendevano troppo sul serio e ironizzavano su se stessi con grande gusto. La tenzone continuò a casa mia, in piazza Argentina; restammo solo in pochi, fino a notte inoltrata. Ceccato raccontò barzellette e storie esilaranti. Vanni imperava con le sue battute: ricordi gioiosi che nei momenti tristi mi hanno soccorsa.
A casa di Vanni lavoravamo intorno al grande tavolo da pranzo. Onnipresenti erano gli amici più assidui: da Emilietta Noventa a Piero Draghi, a Vincenzo Agnetti, oltre al fratello Silvano. Passavano ogni tanto gli addetti ai conti, alle spedizioni e i magazzinieri, i Beggiato. Il più valido aiuto di Vanni era però la governante, pseudomadre che Vanni chiamava "signora Piera". All'ora del pranzo scostava i libri per stendere la tovaglia sul tavolo. Teneva in ordine le centinaia di libri che arrivavano e accudiva con affetto sia Vanni sia Silvano.
Insieme all'autore di turno, che era in quel momento ospite di Vanni, si preparava il volumetto. Poi, noi amici collaboratori, che vivevamo a Milano, aiutavamo Vanni nell'impaginazione, nella scelta dei disegni e dei quadri da inserire nel volume. Passarono Zavattini, Acruto Vitali, Emilio Villa, Felice Chilanti, Bartolo Cattafi, Albino Pierro, Spatola e Giulia Nicolai, Balestrini, i grandi Murilo Mendes e Jorge Guillén, Manlio Malabotta, Alberto Sartoris e Carla Prina e tanti altri, tra i quali il giovanissimo Walter de Rachewiltz, nipotino di Pound, che studiava a Yale ed era già un bravo traduttore. Così nascevano i libri. Soltanto i poeti e gli artisti più anziani Vanni li andava a trovare a casa. Passava ogni giorno da Montale, in via Bigli, per portargli le sigarette e un pesciolino d'oro e un piccolo ricordo; Montale contraccambiava largamente senza darlo a vedere. Faceva visita a Regina,, pittrice futurista, vispa ottantenne che studiava il linguaggio degli uccelli. Passava da Francesco Messina per studiare un volumetto o una mostra da preparare; da Antonio Calderara, il simpatico e caro amico che aveva uno studio bianco ed essenziale come una chiesa. A Natale andava sempre da Sbarbaro.
Tra una corsa in bicicletta dal tipografo amico Lucini oppure da Campi e la consegna di un pacchetto di librini a un libraio, Vanni trovava sempre il tempo di passare a scambiare un parere con vecchi amici, riusciva a non trascurare nessuno. Era così, dispettoso e adolescenziale, ma con un animo speciale e proprio per questo noi amici artisti gli volevamo bene e gli regalavamo inediti, quadri e sculture. Vanni ci contraccambiava stampando librini gioiello.
Era totalmente dimentico, anzi infastidito, della parte commerciale. Il denaro non lo interessava, se non in funzione dei suoi librini. E quando i bilanci erano in rosso, chiedeva aiuto a Mia, la sorella sposata con Schubert, che lo aiutava sempre. Qualche volta a Vanni spiaceva disturbarla e allora decideva di vendere piccole incisioni o disegni, mai sculture o quadri importanti: quelli erano sacri, patrimonio della famiglia Scheiwiller e quindi appartenevano anche a Silvano e alla sorella, che li aveva lasciati nella casa natale in via Melzi d'Eril. Così Vanni viveva la sua vita di editore con vivacità e buonumore. Del resto i suoi librini non comportavano spese esorbitanti: erano sì gioielli, ma di carta. Un vero esempio di editoria senza lucro, che doveva prevedere, come gli aveva insegnato suo padre, una piccola, ma sicura perdita.
Vanni era il mecenate di se stesso, attorniato dai suoi artisti. I suoi libri normalmente li regalava. Molti li teneva in magazzino per scorta, diceva; in effetti non riusciva a staccarsene: erano i suoi numerosi figlioletti. I volumetti restanti della tiratura, sempre limitata, li consegnava personalmente ai suoi librai preferiti. Era un Lorenzo il Magnifico, con possibilità inferiori, ma con animo principesco; orgoglioso e tenace, un bibliofilo amante dl bello, non del lucro.
Verso gli anni Ottanta questa stagione gloriosa purtroppo mutò. Vanni incontrò Alina Kalczynska, che chiamava Alinka. Era simpatica e bella, cou un'aria giovane, elegante. Vanni se ne innamorò perdutamente; si fidanzarono a Merano nel castello di Brunnenburg, dove Mary (la poetessa-castellana custodiva i ricordi del padre Ezra Pound con intelligente devozione) ci ricevette. Andammo in macchina insieme. Alina e Vanni si fidanzarono quella stessa sera. E quando la mattina mi meravigliai che Vanni non fosse già sveglio, il simpatico marito di Mary, Boris de Rachewiltz (famoso egittologo) scherzando disse: "Oggi è un giorno speciale; è nato un amore, cara Cima". La sera prima, a cena, Alina era scesa indossando un abito di velluto ciclamino: un'apparizione. Vanni la guardava smarrito, avvolto da quel fascino un po' esotico e un po' surreale.
Vanni si sposò e le sue abitudini cambiarono. Cessò il rito delle colazioni di lavoro.
Poi, nell'81, morì Montale e io lasciai Milano, divenuta per me un deserto. Ci vedevamo meno anche se Vanni faceva parte del comitato della Fondazione Schlesinger, ideata e fondata da Montale, da Segre e da me. Per colpa dei miei viaggi e della salute, non avendo in quegli anni una base fissa a Milano, lo vedevo meno, ma lo sentivo spesso al telefono. Venne qualche volta con Alina a Lugano. Nell'85 Vanni lesse con passione le poesie di Montale, prima che le pubblicassi nei tipi della Fondazione; avrebbe voluto fare una plaquette, per raccogliere le prime dodici poesie, ma la Mondadori non glielo permise. Non era scritto nelle lettere-testamento di Montale. Vanni ne rimase deluso, ma ricominciammo a sentirci quasi tutti i giorni. Mi chiamava appena arrivato in studio, alle 8 circa dl mattino, prima che giungessero le sue assistenti.
Poi, dal 1995, cominciammo a vederci tutte le settimane; avevo, infatti, ripreso l'abitudine di stare a Milano da martedì a venerdì. Rivedendolo, mi accorsi di quanto Vanni fosse cambiato. Fingeva sempre d'essere allegro, come ai vecchi tempi, ma compresi che qualcosa nella sua vita non andava bene. Mi disse: "Una volta avevo il cruccio di Silvano che beveva, oggi ho ben altri pensieri da portare". Non gli chiesi nulla. Sapevo che Vanni aveva vissuto la tragica vicenda del fratello alcolizzato senza darlo a vedere, continuando a incontrare gli amici e pensando solo al lavoro. Ora era letteralmente sprofondato nel lavoro. Quando però mi mostrava una dedica o sfiorava le copie di un volume, l'antica devozione per i suoi autori riaffiorava. Le scelte, da qualche tempo, erano meno selettive d'una volta; glielo feci notare, scosse la testa dicendo: "Sono tempi di massificazione: poeti e prosatori di gruppo", e rise. Era spesso triste, quasi accasciato; non faceva più il riposino pomeridiano, gli impegni non glielo permettevano.
Vanni, il piccolo Lorenzo il Magnifico, era diventato un primo ministro al servizio altrui. Abituato sin dall'infanzia a parlare di piccole cifre, ora doveva ragionare di libri che costavano molto; era terrorizzato, anche se sponsorizzato dalle banche. Un fardello troppo pesante da portare, anche per un inguaribile ottimista come Vanni. Dopo una telefonata, nella quale gli negarono una sovvenzione per un volume costosissimo che doveva stampare con la Libri Scheiwiller, mi guardò, si tolse gli occhiali e si asciugò gli occhi e la fronte madida di sudore; il viso si era fatto bianco, temetti un malore. Rimase cosî, seduto di fronte a me, in silenzio, poi si riprese e disse: "Non riconosci più l'orgoglioso "pesce pilota" di una volta, è vero?" Gli ricordai una frase che soleva ripetere quando gli proponevano di diventare un editore più commerciale, più importante: "Meglio essere testa di sardina che coda di balena", e ritornò gioioso per alcuni secondi, così come lo era stato nel passato.
Caro, caro Vanni. Era così stanco, così provato. Assolutamente incapace di nuotare tra gli squali, il piccolo pesciolino d'oro. Era abituato ai suoi volumetti; quell'arcobaleno per cui era vissuto a tempo pieno, dimentico di tutto. Erano il suo unico grande amore, per questo aveva accettato il compromesso delle sovvenzioni, salvando le sue edizioni All'insegna del Pesce d'Oro da qualsiasi colpo di mano o arrembaggio di pirati.
Quel giorno andammo, come al solito, a colazione al Four Seasons. Da tempo era divenuto il nostro rito settimanale. Vanni camminava trascinando i piedi e a tavola gli tremava una mano. Glielo feci notare e gli dissi di promettermi di farsi vedere da un dottore, di mangiare leggero e di non bere molto. Per tutta risposta, dispettoso come sempre, ordinò il piatto più pesante e infernale che il menù proponeva, una bottiglia di Arneis e un sorbetto profumato alla vodka, ben shakerato: il tutto inframezzato, con la solita verve conviviale, da aneddoti gustosissimi sui gusti a tavola di Gadda, di Montale e di Pizzuto.
La settimana seguente ci trovammo, sempre alla stessa ora, le dodici, a casa mia e poi fece seguito la colazione di rito. Vanni, mentre sceglieva piatti leggerissimi, disse che mi aveva ascoltata e che aveva appuntamento con il suo cardiologo per il lunedì successivo. A casa, dopo colazione, ci dedicammo a correggere le seconde bozze di Poesie/Poems. Il volumetto doveva uscire nella collana "Acquario" per ottobre o novembre; avrebbe avuto la prefazione di Maria Corti e una nota finale di Vanni che aveva scelto le poesie da pubblicare tra quelle già edite. Una piccola antologia con traduzioni eccellenti in inglese. Quel volumetto, purtroppo, è uscito dopo la morte di Vanni, infatti Alina ne ha concessa la pubblicazione, perché era già in seconde bozze. La prefazione della Corti non si poté inserire, perché, come Vanni soleva fare per dare tempo ai prefatori, sarebbe stata aggiunta all'inizio del volume con numerazione romana.
Quel giorno Vanni si trattenne a lungo e ci vedemmo anche nei giorni seguenti a Torino. Lavorammo, nei giorni della Fiera del Libro, in albergo, al mattino alle 8. Fu allora che dopo la prima colazione mi disse: "Se dovesse accadermi qualcosa, ti raccomando Alina; dille che la puoi aiutare, mostrale i nostri appunti di lavoro, potrai suggerirle autori e titoli. Sai, Alina è polacca, sospettosa e testarda, ma forse capirà [rif. lettera di Vanni del 14 maggio 1999, Torino]. Per quanto riguarda il catalogo generale delle mie edizioni All'insegna del Pesce d'Oro, parla con la giovane che ha fatto la catalogazione, si chiama Romina e vive a Bologna".
"Ma perché parli di morte mentre siamo sommersi di progetti, comprese le coedizioni?"
"Sono molto stanco e mi sento scivolare lentamente".
"Verso l'estinzione", dissi ridendo, parafrasando un titolo di Thomas Bernhard.
"In ogni caso, sappi, "diavolessa", come ti chiamava Chilanti, che per me sei stata l'angelo "agrodolce" che Montale canta, e anche il "genietto" di ungarettiana memoria. Insomma sei stata un vero amico".
"Scrivilo", gli risposi, "nell'autobiografia che stai preparando, non dirlo solo a parole, come fanno Claudio Magris e Andrea Zanzotto, che mi scrivono sempre lettere traboccanti di complimenti quando invio le mie poesie e promettono articoli da anni; articoli che non hanno mai scritto".
E Vanni mi guardò sorridendo e rispose: "Sai che non sono così, come loro; io sono un vero amico e ti stimo".
Era il 19 maggio; lo rividi a Milano il 16 giugno e il 30, per le rituali colazioni al Four Seasons. Avrebbe dovuto operarsi e mettere tre by-pass; insistemmo perché lo facesse subito, ma il suo amore per Alina era più forte della paura di morire. Alina venne a prenderlo e partirono per Otranto insieme. Da Crans lo chiamavo quasi tutti i giorni, parlando un po' con lui, un po' con Alina. Fu un anno caldissimo e, pur ripromettendomi di andare a trovarlo, non potei farlo. Rientrato da Otranto, Vanni andò al centro Monzino; chiamavo Alina nei giorni in cui Vanni non poteva parlare. Fu operato il 17 settembre. Uscì dalla casa di cura il 5 ottobre per l'inaugurazione della mostra di Alina al castello Sforzesco, nella Biblioteca Trivulziana. In quella occasione lo vidi molto provato, parlava a fatica; accompagnato da Giorgio Lucini, se ne andò, salutandomi mogio mogio. Quella fu l'ultima volta che lo vidi.
Nei giorni seguenti, lo sentii al telefono; eravamo d'accordo che fosse lui a chiamare, per non disturbarlo. Mi chiamava due volte al giorno. Raccontò di essere tornato, in compagnia della signora Piera, a vedere la mostra di Alina; aveva fatto tutto il percorso a piedi: "Ormai sto guarendo", disse allegramente. Tutti i giorni si sottoponeva alla ginnastica rieducativa. Era molto soddisfatto. Fissammo un appuntamento per una colazione con Maria Corti per mercoledì 20 ottobre.
Poi tutto precipitò. Lo colsero nausea e vomito e non riusciva più a mangiare. Finalmente lo condussero al Monzino. Riuscii a sentirlo giovedì. Poi sopraggiunse un silenzio agghiacciante fino a domenica mattina. Il cellulare di Alina era staccato e a casa non rispondeva nessuno. Il silenzio fu rotto la domenica mattina. Non avendo notizie, telefonai a Giorgio Lucini che l'aveva accompagnato in casa di cura. E Giorgio Lucini mi disse: "Mi dispiace d'essere io a doverti comunicare che Vanni è morto stanotte alle due". Avevamo perso Vannino. Crollava un mondo. Andai al funerale. Fu proprio il mercoledì 20, in cui avremmo dovuto essere insieme a colazione con Maria Corti.
Oggi, quando ripenso a Vanni, mi tornano alla mente l'amico gioioso di sempre, le sue scroscianti risate durante la polemica fasulla del "Corriere", i suoi commenti, la sua faccia da "zinzino", sorridente e impertinente, affettuosa e onesta.
Alla telefonata delle otto del mattino ho sostituito un soliloquio. Scrivo pensieri per lui.
Il suo spirito indomabile, certo, non si è arreso alla morte e forse quell'arcobaleno che disegnano le gocce sul prato dopo il temporale è un suo segnale. Mimano le sue copertine iridescenti. Così si fa vivo da lontano, convertendo in simboli la sua assenza.

Annalisa Cima