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Annalisa Cima

Nota a Adonis, Siggil, Interlinea Edizioni, Novara 2000, (Biblioteca della Fondazione Schelsinger, n. 1)

 

Il dio della natura sembra essersi incarnato nel poeta: nel mistico, nel profetico Adonis dal volto luminoso e dall'universo incandescente. La metamorfosi di Adone, il dio androgino, appartiene alla mitologia. Qui, assistiamo alla metamorfosi del verso tramite lo sdoppiamento del significante che ha un significato atteso ed un significato sotteso. Anche il nome Adonis adombra e implica bellezze mitologiche e rievoca al tempo stesso il nome di dio, Adhõnay in ebraico significa "mio signore". L'adonio, inoltre, è un verso che deriva il suo nome da un'invocazione al dio Adone e lo troviamo a come clausola della strofa saffica. Seneca usa questo metro nelle tragedie, come sintesi di endecasillabi saffici. Ma questo verso, d'invocazione al dio, s'addice anche alla scrittura mistico-mutevole di Adonis, al suo conflitto tra amore-morte, tra spazio e tempo, "dove il tempo è ferro arrugginito". Il canto di Adonis si leva intenso, come un vento che annulla l'inutile intorno. La sua voce ha radici profonde: è al tempo stesso uomo del passato e del futuro; guarda il mondo e la storia da fuori, con distacco, per conoscerli meglio. Scrive: "Domando a te, mondo: / quale canto / potrebbe levarsi / dalle valve della poesia / se non il gemito dell'etere?" E ancora: "Ma dove vado e cosa farò / se dicessi: la poesia è il mio paese / e l'amore il cammino?" E verso la fine del poemetto "Siggil" Adonis dice: "Nei suoi occhi c'è una luce mai vista prima". Così la voce del poeta Adonis ci porta il prodigio del passato. Come il vento del deserto, le sue parole rendono limpido l'orizzonte e si specchiano nelle acque profonde del sapere. Ogni verso di Adonis ci prende, ci sorprende, ci cattura riportandoci alle radici dell'essere e dell'esistere. La sua voce si erge sopra le altre, con inatteso splendore, e, come una cometa, ci indica la strada fiammeggiante della poesia.

Annalisa Cima

 

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